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Minerali GeoArt
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Minerali GeoArt

Articoli

20Apr

MINIERA DI ZOLFO COZZO DISI ( CASTELTERMINI, SICILIA )

20 Aprile 2015 Alfio Calabrò Articoli

LA MINIERA DI ZOLFO COZZO DISI
( The sulfur mine Cozzo Disi )
( Was one of the largest sulfur mines of Sicily, from its subsoil extracted the most beautiful minerals sulfur yellow, sulfur bituminous, gypsum with sulfur and aragonite. )

LOCALIZZAZIONE DELLA MINIERA
(LOCATION OF THE MINE)

NOME: MINIERA COZZO DISI
MINERALE COLTIVATO: ZOLFO
LOCALITA’: CASTELTERMINI, (Provincia AGRIGENTO) SICILIA
QUOTA: Da 190 a 250 metri sul livello del mare
LATITUDINE: 37°30’48’’ Nord
LONGITUDINE: 13°40’56’’ Est
ITINERARIO: Da Agrigento, SS189 per Lercara Friddi sino a P.so Funnuto, deviazione a sinistra per Casteltermini sulla strada provinciale SP22; a 2Km dalla deviazione si incrocia l’ingresso alla miniera.

Questa miniera è nata nel 1870, di proprietà degli eredi del Conte della Bastiglia.
Inizialmente l’entità del minerale era piuttosto modesta, i lavori si sviluppavano in una formazione diretta da Nord a Sud e pendenze verso Ovest di 60°, composta da marne tripolacee al letto e calcari parzialmente mineralizzati e gessi al tetto.
Quando le coltivazioni minerarie raggiunsero la quota di 180 metri sul livello del mare, incontrarono all’estremo Nord della concessione una lente riccamente mineralizzata e interessata da numerose caverne (dette dai minatori garbere) di cui una particolarmente grande che diede il nome alla zona di coltivazione di “sezione grande garbera o sezione grotte”, tutti i minatori e i tecnici che lavoravano nei sottosuoli rimasero stupefatti dalla bellezza di questa garbera, si trattava di diverse caverne ricche di cristalli di gesso trasparenti di dimensione metrica ricoperti da migliaia di grossi cristalli di zolfo.
Di seguito viene riportata una testimonianza scritta dal perito minerario Amedeo La Porta che nel 1949 ebbe l’opportunità di rilevare le meraviglie di questa garbera.
Nel 1949 sono stato ammesso come tirocinante alla Cozzo Disi e sono stato incaricato di assistere ai lavori di prolungamento del pozzo D’Ippolito. Nei periodi di tempo per me inattivi, mi impegnavo in esercitazioni di topografia sotterranea; mi occorreva un luogo tranquillo escluso dal transito dei vagoni e mi è stato indicato, sempre sullo stesso piano del 3° livello, in fondo della galleria della sezione grotte, ove sono stato accolto dal capomastro Vincenzo Lo Presti, il quale mi accompagno.
Planimetricamente, queste garbere si estendono complessivamente per un centinaio di metri, mentre verticalmente si susseguono e non si sa fin dove. Tra i cristalli di gesso presenti prevalgono quelli in posizione verticali con le pareti perfettamente lisce. La straordinarietà di questa composizione naturale è data, non tanto dalle forme delle garbere quando, dalla dimensione e dalla trasparenza vitrea dei cristalli di gesso. Alcuni hanno un altezza di 3-5metri, una lunghezza di 8-16metri e uno spessore di 2-4metri e sono trasparenti al punto da consentire il riconoscimento delle persone che si dovessero trovare dall’altra parte. Io le ho viste e ripetutamente ammirate fra la fine del 1949 e i primi mesi del 1950 (tratto dal libro Le miniere di zolfo e la sua gente scritto da Sebastiano Infantino).
Più a Nord della grande garbera è stato trovato un enorme ammasso di zolfo che diede grande sviluppo alla miniera, a questa ricchissima zona mineraria diedero il nome di “Sezione Ammasso”.
A questo punto iniziarono i lavori minerari su scala industriale e la Cozzo Disi divenne una grande miniera con circa 700 addetti.
Nella “Sezione Ammasso” furono tracciati i livelli minerari con forma pressoché ellissoidale con la lunghezza massima di circa 200m e larghezza di 90metri furono scavati ben XII livelli minerari per una profondità di circa 400 metri.
Da questa miniera furono estratti i meravigliosi campioni di zolfo giallo limone, giallo verde e bituminoso, campioni di gessi con cristalli di zolfo e aragonite pseudoesagonale.
La chiusura della miniera avvenne nel 1988, il 12 Novembre del 1990 all’undicesimo livello venne siglato il documento che sancì la definitiva chiusura delle ultime sei miniere di zolfo presenti in Sicilia.
Geologo Alfio Calabrò

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14Mar

LE MINIERE NELL’ANTICO DIRITTO SICULO

14 Marzo 2013 splitsrl Articoli

Il diritto romano governò la Sicilia fin dal tempo in cui divenne provincia di Roma e le tradizioni giuridiche romane ebbero nell’isola lunga ed ininterrotta persistenza. Secondo la più antica legislazione romana le miniere e le cave di qualunque specie ( metalla ) appartenevano ai proprietari dei fondi, ove esse si rinvenivano ( metalla privata ), rimanendo proprietà dello stato quelle coltivate nell’ager publicus ( metalla publica ). In Sicilia si sono trovate le prime tracce delle coltivazioni minerarie risalenti al 200 a.C. I Romani utilizzarono lo zolfo in medicina e mescolandolo ad altre materie combustibili, ne fecero per primi uso bellico.

Narrano gli antichi storici ( Tacito, Svetonio ), che l’imperatore Tiberio volle attribuire al suo erario le miniere rinvenute nei fondi privati; questo provvedimento, fu ritenuto molto esorbitante e dopo la sua morte la legge relativa non ebbe esecuzione. L’antico rigido principio dell’accessione, che prevalse nel diritto dell’epoca classica subì, in seguito, notevoli modifiche e limitazioni.

Ciò era comprovato da varie costituzioni, tra queste particolarmente importante : degli imperatori Valentiniano e Valente, 365 d.C., con cui fu riaffermata la libertà di coltivare le miniere nei fondi privati, imponendo agli esercenti di vendere allo stato il minerale scavato ad un prezzo fissato. Gli imperatori Graziano, Valentiniano II, Teodosio nell’anno 382 d .C. sancirono che ognuno poteva scavare pietre e marmi nei fondi altrui, purché avesse pagato la decima al fisco e la decima al proprietario del suolo.

Nel Medio Evo, il sistema feudale introdotto dai Normanni e mantenuto dalla dominazione Sveva, sancì che le miniere, furono comprese fra le regalie del Principe e come tali escluse dalle feudali concessioni. Federico II costituì a favore del fisco il monopolio dei minerali e del sale. Particolarmente attive furono negli scorsi secoli le escavazioni di zolfo, minerale che, in Sicilia, presentava ricchi giacimenti e che fu esportato largamente a partire dagli inizi del secolo XVIII. Norme speciali regolarono l’apertura delle miniere di zolfo. I baroni proprietari dei feudi dovevano chiedere istanza alla magistratura finanziaria competente, per conoscere entro un determinato termine se la nuova zolfara, che si voleva aprire, potesse nuocere ai vicini.

La stessa magistratura faceva eseguire a periti non sospetti una relazione per accertare che la nuova zolfara avesse la distanza di mezzo miglio dalle terre circostanti di proprietà di altri feudatari, inoltre, le fornaci per la fusione dello zolfo dovevano interrompere le operazioni nei mesi da maggio ad agosto, per abbassare la presenza di acido solforico che arrecava danno alle colture circostanti ( a norma del Dispaccio Patrimoniale del 28 marzo 1757 ). Verso la fine del secolo XVIII, il fisco patrimoniale di Sicilia avanzò la pretesa di riscuotere dai possessori di miniere di zolfo la decima del prodotto, sostenendo che tutte le miniere erano di proprietà del demanio.

Vari reclami furono avanzati dai produttori di zolfo ed infine il re Ferdinando I di Borbone, uniformandosi al parere espresso dal tribunale del Real Patrimonio, decise che i possessori di miniere dovevano prestare all’Erario regio la somma di dieci onze per ogni permesso minerario richiesto. I dati fin qui esposti ci danno una prima idea dell’importanza che ha avuto da sempre l’estrazione mineraria per il fabbisogno erariale delle dinastie che si sono susseguite in Sicilia.

Geologo Alfio Calabrò
Prof.ssa Ermelinda Ciaurella

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05Mar

PRODUZIONE ZOLFIFERA DALL’INIZIO DEL XIX ALLA PRIMA META’ DEL XX SECOLO (1° parte)

5 Marzo 2013 splitsrl Articoli

L’incremento delle esportazioni zolfifere divenne rilevante a partire dal 1815, stimolato dall’intensa attività delle fabbriche inglesi e francesi di acido solforico e soda artificiale. L’aumento della domanda fu tale da superare di molto la produzione, i prezzi si elevarono rapidamente raggiungendo nel 1833 il massimo storico di 55 tarì al cantaro ( 80 Kg ) di zolfo fuso e la produzione fu intensificata, provocando il trasferimento di numerosa manodopera dall’agricoltura alle zolfare. Considerando che la produzione era concentrata, per la maggior parte, nelle tre province di Enna, Agrigento e Caltanissetta, il numero dei lavoratori sottratto ai campi fu elevato.

In quel periodo risultavano già in esercizio le prime grandi miniere dei principi Trabia a Sommatino e S. Elia a Piazza Armerina ( Grottacalda ), della casa ducale Monteleone a Favara ( Lucia ). Nel decennio successivo entrarono in attività nel bacino nisseno la Trabonella e la Juncio di Caltanissetta, la Floristella e la Galizzi a Castrogiovanni, la Gallitano a Mazzarino. La crescente domanda delle industrie europee, scatenò in pochi anni la corsa alla ricerca del minerale nel sottosuolo. Ma questa disordinata e frenetica attività di ricerca non favorì chi trovò delle miniere. Infatti le forti spese di trasporto fino ai caricatoi, distanti dalle nuove miniere e il costo della manodopera fortemente elevato a causa della gran richiesta, resero eccessivi i costi di coltivazione di queste zolfare. Dalla fine del 1833 i prezzi cominciarono a scendere, mentre la produzione non si riduceva al di sotto dei costi medi di produzione che si aggiravano sui 12-14 tarì.

Data la situazione una riduzione della produzione avrebbe dovuto imporsi, ma i produttori sperando di ritrovare gli antichi prezzi e spinti dalla necessità di coltivare le miniere, che se non coltivate sarebbero state invase dalle acque, proseguirono gli scavi, rovinando definitivamente il mercato, dominato dai commercianti stranieri che, grazie ai depositi di cui disponevano, dettavano le regole di mercato comprando sottocosto. In realtà a godere dei benefici degli alti prezzi degli anni 1830-33, più che i produttori erano stati gli speculatori e i trafficanti. Il commercio dello zolfo era in mano a pochi grandi esportatori, per lo più inglesi e in minor numero francesi, che approfittando della scarsità di capitali esistente in Sicilia, si accaparravano le scorte di zolfo.

La gravità della crisi indusse i produttori a rivolgersi per aiuto al governo napoletano che cercò di correre ai ripari. La situazione sembrò doversi trovare in una riduzione della produzione in modo d’adeguarla alla domanda del mercato. Per ottenere ciò si decise di ricorrere alla stipula di una convenzione con la quale si concedeva ad una compagnia francese, la TAIX &AYCARD, il monopolio sul commercio minerario e il controllo delle quantità prodotte. In base a quest’accordo veniva fissato un limite massimo all’estrazione annua pari a 600.000 cantari, 300.000 in meno di quanto fosse stimata la produzione stagionale. La compagnia si impegnava ad acquistare tale ammontare ad un prezzo medio di 23 tarì al cantaro e a corrispondere a ogni produttore, un indennizzo di quattro tarì per ciascuno dei 300.000 cantari dei quali veniva vietata la produzione. A loro volta gli esercenti e i negozianti che avessero voluto esportare in proprio, senza depositare lo zolfo all’ammasso, avrebbero dovuto pagare un premio di venti tarì per cantaro a favore della società privilegiata.

Le proteste dei negozianti siciliani e soprattutto di quelli inglesi costrinsero il governo napoletano a prendere in considerazione una sua revisione; fino a che entrò in campo la diplomazia e la flotta britannica, che con l’azione dimostrativa dell’aprile 1840 costrinsero il Re all’immediata risoluzione dell’accordo e a trattare di conseguenza un oneroso indennizzo sia agli azionisti della Taix, sia ai sudditi inglesi danneggiati dall’esperimento del monopolio. Il fallimento del primo tentativo di disciplina obbligatoria del commercio zolfifero, rendeva evidente l’asprezza dei rapporti di subordinazione economica tra paesi industrializzati e paesi produttori di materie prime e la debolezza del monopolio naturale siciliano nel contesto internazionale del nascente imperialismo.

L’esistenza di grandi depositi di zolfo, dovuta al mancato collocamento del prodotto dopo il 1840, aggravò, ancora di più, il rallentamento in atto nella coltivazione delle zolfare che, dopo un’effimera ripresa, si accentuò nel biennio 1848-49, sia per gli avvenimenti politici che per le sfavorevoli condizioni meteorologiche. A queste fasi di difficoltà produttiva, si aggiunsero qualche anno dopo le preoccupazioni per il successo dei primi esperimenti che impiegavano le piriti di ferro per ottenere l’acido solforico, questi lasciavano intravedere la possibilità di un brusco calo della domanda inglese e francese. Fortunatamente, l’industria dello zolfo trovò un nuovo importante sbocco come rimedio ad una grave malattia della vite, l’oidio, che dal 1850 s’era diffuso in Europa, colpendo specialmente le regioni del meridione francese dove la produzione dei vini si ridusse fino alla metà.

Fra i vari rimedi provati, l’unico che si dimostrò di notevole efficacia e che si diffuse in tutte le regioni vinicole, fu quello della solforazione delle viti sia come cura che come profilassi. Dopo il 1850, si ebbe un forte aumento della domanda e dell’esportazione diretta in prevalenza verso gli Stati Uniti, la Germania, l’Olanda, l’Austria e l’Ungheria, mentre diminuiva la domanda anglo-francese. Un’altra causa che favorì l’aumento dell’esportazione fu la guerra di Crimea per la necessità di zolfo che ebbe l’industria bellica. Il periodo compreso tra il 1860 e il 1875 fu positivo per l’industria zolfifera siciliana: infatti la produzione passò da 150.000 a 250.000 tonnellate di zolfo, il prezzo aumentò da 120 lire a 140 lire a tonnellata e l’esportazione passò da 140.000 a 240.000 tonnellate.

La relativa stabilità dei prezzi come pure il costante incremento sia della produzione che dell’esportazione, avevano incoraggiato gli investimenti nella produzione e nel commercio dello zolfo, oltre a consentire una certa tranquillità economica a quanti vivevano di questa attività. A parte la leggera contrazione del biennio 1864-65, i prezzi medi si erano mantenuti ad un alto livello, toccando punte eccezionali negli anni 1874 e 1875. Oltre alla domanda esterna, altre cause favorirono l’aumento della produzione, quali lo sviluppo delle costruzioni ferroviarie nell’isola e i miglioramenti nelle tecniche di produzione che, riducendo i costi e le perdite di minerale durante la fusione, permisero lo sfruttamento di quelle miniere considerate fino ad allora non convenienti. Anche nel campo dell’istruzione professionale vi furono dei progressi: nel 1862, fu istituita, a Caltanissetta, la prima scuola italiana per la formazione di personale tecnico minerario.

La discesa dei prezzi che a partire dal 1873-75 contrassegnò per circa un ventennio l’economia mondiale, colpì gravemente l’industria zolfifera siciliana annullando in gran parte quei progressi che si erano avuti negli anni precedenti. Infatti i prezzi, che nel periodo 1860-1875 erano risultati in media di lire 124 a tonnellata, scesero nel decennio successivo ad una media di 100 lire, per raggiungere il minimo prezzo di 55 lire nel 1895. Nonostante la crisi del ventennio 1875-1895, gli esercenti aumentarono la produzione, favorendo l’abbattimento dei prezzi. Tutto questo si rifletteva sulle condizioni degli operai, che già oppressi da condizioni di vita e lavoro difficili, si sentivano minacciati e colpiti nelle retribuzioni. Il salario medio passò da 2,90 lire a 1,90 lire, con una diminuzione del 34%.

Per fronteggiare la situazione gli zolfatari crearono i primi circoli e le prime società operaie che, più tardi, divennero il nucleo dei Fasci dei lavoratori. Nello stesso periodo la reazione operaia cominciò a dar vita a forme di lotta sindacale e si ebbero 25 scioperi che interessarono circa 20.000 lavoratori. Per porre fine alle crisi che imperversavano sull’industria zolfifera, il governo concesse ad una compagnia anglo-italiana il monopolio del commercio dello zolfo e il diritto di porre delle limitazioni alla produzione. L’iniziativa per la formazione di questa società era partita da un gruppo di produttori, capitanati da Ignazio Florio, che rappresentavano circa l’80% della produzione. Nel 1896 nacque l’Anglo Sicilian Sulphur Company, una società a prevalente capitale inglese, che accentrò nelle proprie mani per circa un decennio la maggior parte dello zolfo prodotto nell’isola, ripetendo l’esperimento compiuto anni prima, sotto i Borboni, dalla società Taix-Aycard.

Quindi, l’Anglo-Sicula si impegnò ad acquistare per un decennio e a prezzi prefissati l’intera produzione delle miniere siciliane, col diritto però di limitarne l’offerta fino ad una esportazione massima di 340.000 tonnellate; nello stesso tempo essa riuscì a concludere patti vantaggiosi con le raffinerie di Catania che si obbligarono a lavorare esclusivamente gli zolfi forniti dalla società. L’adesione dei produttori non era, però, coatta ma volontaria e ciò rappresentava un elemento di debolezza perché la produzione controllata era soltanto una parte di quella totale, quando invece piccoli esercenti e proprietari rimasero liberi di vendere zolfo a prezzi di concorrenza. Per di più, mancando l’adesione di tutti i produttori, l’eventuale riduzione della produzione delle miniere controllate poteva essere resa vana dalla maggiore produzione di quelle libere.

Nonostante ciò, l’Anglo-Sicula ebbe un periodo di prosperità economica perché condusse una saggia politica dei prezzi per evitare che, in presenza di prezzi alti, i produttori indipendenti aumentassero la produzione superando sensibilmente la richiesta di mercato. La convenzione con l’Anglo-Sicula, peraltro, coincise con la forte ripresa dell’economia mondiale dopo la ventennale “grande depressione” e la inversione del ciclo riportò ad alti livelli la domanda internazionale di zolfo. Nel periodo 1895-1904 i prezzi medi per tonnellata salirono da 55 a 95 lire e l’esportazione aumentò da 364.000 a 537.000 tonnellate, consentendo alla società di distribuire lucrosi dividendi agli azionisti. Ma il successo conseguito fu attenuato dall’effetto negativo del formarsi di elevate giacenze, che rappresentavano una grave minaccia per l’industria zolfifera.

I programmi della Società vennero sconvolti dalla notizia che negli Stati Uniti un nuovo metodo di estrazione mineraria ( metodo Frasch ) dava la possibilità di estrarre zolfo già fuso da imponenti giacimenti scoperti nella Louisiana, abbassando notevolmente i costi di estrazione. I produttori timorosi della concorrenza statunitense sollecitarono il governo ad intervenire, costituendo un consorzio obbligatorio per tutti i proprietari ed esercenti di miniere; l’Anglo-Sicula fu posta in liquidazione e il governo accogliendo la richiesta istituì, nel 1906, il Consorzio Obbligatorio per l’Industria Zolfifera Siciliana.

Prof.ssa Ermelinda Ciaurella
Geologo Alfio Calabrò

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14Feb

PRODUZIONE ZOLFIFERA DALL’INIZIO DEL XIX ALLA PRIMA META’ DEL XX SECOLO (2° parte)

14 Febbraio 2013 splitsrl Articoli

Secondo una legge istitutiva, tutti i possessori di zolfo erano tenuti a consegnare il minerale al Consorzio, che poteva imporre dei limiti alla produzione. A consegna avvenuta del minerale, esso avrebbe rilasciato in cambio dei titoli girabili rappresentativi della merce ( fedi di deposito ), sui quali il Banco di Sicilia e la Banca Mineraria erano autorizzati ad anticipare l’80% del prezzo presunto di vendita, detto “ prezzo prudenziale “, stabilito annualmente dal governo. Quando lo zolfo veniva venduto, il Consorzio rimborsava le anticipazioni e, detratte le spese, liquidava la differenza del 20% sul prezzo prudenziale, mentre l’eventuale maggior prezzo ricavato, definito “ avanzo di cassa “, veniva pagato a fine esercizio. Il Consorzio veniva amministrato da rappresentanti dei produttori, mentre la nomina e la revoca del direttore generale e la fissazione del prezzo prudenziale erano competenza del governo che, inoltre, poteva annullare la delibera del consiglio di amministrazione e nominare un commissario per l’amministrazione del Consorzio. La scarsezza di capitali, le elevate giacenze, il prevalere della produzione sulle esportazioni, resero difficile l’attività iniziale del Consorzio.

Nel 1909, veniva pubblicata una relazione ministeriale in cui veniva criticato il funzionamento del Consorzio poiché, non esistendo alcun limite alla produzione che, anzi, era stimolata dal forte anticipo concesso sul prezzo prudenziale, il minerale invenduto si sarebbe accumulato in tal misura da mettere in crisi il Consorzio stesso e le banche. Per fronteggiare la concorrenza bisognava diminuire il costo di produzione e stabilire il prezzo prudenziale in rapporto alla produzione dell’anno precedente, affinché i produttori si attenessero alle possibilità che il mercato offriva. Ma in realtà il vero problema era rappresentato dall’elevato costo di produzione. Nel 1905 il metodo Frasch era ormai divenuto economicamente conveniente e gli effetti non tardarono a farsi sentire. Infatti, la Sicilia cominciò a perdere il monopolio a lungo tenuto e la produzione statunitense aumentò rapidamente.

Tra il 1904 ed il 1915 la produzione subì, dunque, un netto ridimensionamento, passando da 496.000 a 322.000 tonnellate, con un calo molto più forte tra le piccole che tra le grandi miniere: il numero delle prime passò da 715, per 121.000 tonnellate di produzione nel 1904, a 240 nel 1915, quello delle seconde da 85 per 374.000 tonnellate a 60 per 274.000. Lo scoppio della prima guerra mondiale salvò la pericolante industria siciliana, infatti le richieste provenienti dalle industrie belliche furono tali da assorbire l’intera produzione mondiale di zolfo. Ma se il conflitto aveva permesso all’industria siciliana d’evitare il tracollo, non aveva potuto modificare i rapporti commerciali esteri a suo favore. L’industria statunitense che, nel 1911, produceva il 28.1% della produzione mondiale raggiunse nel periodo bellico il 77.68%, mentre quella siciliana che, nel 1911, produceva il 51.36% della produzione mondiale scendeva nel 1918 al 11.45%.

La discesa della produzione mineraria fu dovuta a diversi fattori: l’esaurimento di numerose miniere, le difficoltà tecniche per la prosecuzione degli scavi a maggiore profondità, i disastri minerari, gli scioperi e principalmente il richiamo alle armi dei lavoratori e le difficoltà creditizie e di rifornimento di macchinari e combustibili. Infatti quando la mobilitazione industriale venne estesa anche alle zolfare ( aprile 1917 ) esentando i lavoratori dal servizio militare, la produzione cominciò a risalire. Nel luglio del 1918 scadevano i contratti di deposito presso il Consorzio. La maggioranza dei consorziati erano per il rinnovo dell’ente obbligatorio, proprio perché la sua struttura politico-corporativa rappresentava il miglior ostacolo alla conquista dell’industria estrattiva da parte dei raffinatori e degli industriali della Montecatini che controllavano le principali raffinerie e alcune grandi miniere dell’isola. Il mondo dei proprietari dell’interno, così attaccati al loro tradizionale ruolo di indiscussa classe dirigente e quello della grande industria, catanese o addirittura milanese, si rivelavano incompatibili tra di loro. In realtà, grandi mutamenti erano avvenuti nella struttura dell’industria zolfifera.  L’avvento della Montecatini si era realizzato in simbiosi con un gruppo catanese, interessato fra l’altro all’attività più propriamente industriale nel campo della raffinazione, che proprio a Catania si era affermata rapidamente, in età giolittiana, facendo vittoriosa concorrenza alle raffinerie straniere.

La scissione tra estrazione e raffinazione del minerale rappresentava una specificità isolana e, certamente, era da attribuirsi alle specifiche condizioni nelle quali l’attività estrattiva si svolgeva nelle arretrate regioni della Sicilia interna. Sin dall’ottocento la raffinazione si era sviluppata nelle città portuali, dove il combustibile poteva più facilmente reperirsi e dove, in generale, un’attività industriale poteva più agevolmente essere sostenuta. Catania, dunque, aveva sempre più concentrato l’attività della raffinazione, in concorrenza anche con i centri di Licata e Porto Empedocle, più vicini ai luoghi di produzione ma meno forniti sul piano delle infrastrutture. I principali esponenti della raffinazione catanese erano: Carlo Sarauw, titolare della “Baller” una delle più antiche ditte di esportazione di zolfi nell’isola, Alfred Trewhella, impegnato nella costruzione delle ferrovie sicule e nella gestione di importanti miniere ( Grottacalda, Stretto-Giordano ), Valdemar Fog e Alfredo Alonzo, che nutrivano sospetti e timori nei confronti del Consorzio.

In realtà, i rapporti tra Consorzio e raffinatori non erano mai stati idilliaci, perché questi ultimi sospettavano che i produttori volessero allargare la normativa consortile al settore della trasformazione; proprio per questo tutti gli esponenti del gruppo catanese diedero vita, nel 1915, alla formazione dell’Unione Raffinerie Siciliane. Anche i produttori, comunque, nutrivano diffidenza nei confronti dei raffinatori, che poi erano gli stessi mercanti contro la cui mediazione si era costituito il Consorzio. Nel 1917 fu indetto tra i Consorziati un referendum per decidere se dovesse essere mantenuto il Consorzio. A maggioranza si decise in tal senso e, con decreto del maggio 1918, la sua durata fu prolungata fino al luglio 1930. Terminata la guerra, nonostante la presenza sul mercato di tre compagnie americane ( Union Sulphur, Freeport Company e Texas Gulf ) le esportazioni siciliane non subirono brusche contrazioni. Questa situazione favorevole non durò a lungo, infatti, non appena i cambi si normalizzarono l’industria siciliana fu esposta alla concorrenza.

Nell’aprile del 1922, il governo indusse il consiglio amministrativo del consorzio a dimettersi e nominò un commissario che, attraverso trattative con le compagnie americane, che si erano associate nel potente cartello “ Sulphur Export Corporation” ( SULEXO ), raggiunse un accordo commerciale firmato a Roma, il 14 marzo del 1923, che stabilì di riservare alla produzione italiana e alla SULEXO i rispettivi mercati nazionali e di ripartire gli altri mercati esteri per il 75% alla SULEXO e per il 25% al Consorzio, che s’impegnava inoltre a vendere 65.000 tonnellate di zolfo a prezzi ridotti per sostenere la concorrenza delle piriti nella fabbricazione dell’acido solforico. Comunque, fino alla fine degli anni ‘20, l’industria zolfifera siciliana conobbe un periodo positivo, grazie al buon andamento dell’economia mondiale e all’ aumentata richiesta del prodotto per usi industriali. Il capovolgersi della congiuntura economica mondiale, dopo la crisi del 1929, fu risentito dall’industria dello zolfo la cui produzione era destinata quasi interamente all’estero.

La diminuzione dei consumi portò alla rottura degli accordi con gli americani, i produttori siciliani chiesero lo scioglimento del consorzio per avere libertà d’azione. Nel 1932, accolte le richieste dei produttori, il consorzio fu posto in liquidazione e l’anno successivo venne istituito “l’Ufficio per la vendita dello zolfo italiano” col compito di vendere per conto dei produttori lo zolfo prodotto. L’Ufficio vendite, comunemente detto ITALZOLFI, non ebbe soltanto la funzione di venditore dello zolfo italiano, ma ricevette anche la facoltà di controllare la produzione mediante una politica di contingentamento ( quota fissa di produzione per ogni miniera ) del minerale tra le varie zolfare, obiettivo che il vecchio Consorzio non aveva mai potuto conseguire.

Il risultato, comunque, fu paradossale, perché ormai il problema della sovrapproduzione, che tanto aveva angustiato l’industria a cavallo tra i due secoli, era talmente lontano che la produzione nazionale raramente poté coprire la fetta di mercato che gli accordi assegnavano ad essa, per l’esaurimento delle maggiori miniere, specialmente nella provincia di Caltanissetta. La politica dei contingentamenti, d’altronde, era inadatta a suscitare nuove energie, perché le zolfare minori e potenzialmente più produttive, non potendo superare il contingente stabilito per esse, non riuscivano ad ammortizzare gli investimenti necessari e finivano per indebitarsi pesantemente. Quindi, la liberalizzazione dopo tanti anni di protezione, si rilevò un vero fallimento. La difficoltà che incontrarono i produttori a collocare lo zolfo nei mercati esteri portò il governo a creare, nel 1940, un nuovo organo competente “ Ente Zolfi Italiani “ che doveva incoraggiare la ricerca di nuovi giacimenti, di nuovi metodi per trattare il minerale e di modi per migliorare le condizioni di vita degli zolfatari. Per rimettere in moto la situazione l’EZI riapriva la polemica sulla pesantezza degli estagli ed emanava nuove più severe norme per la decadenza delle concessioni minerarie, da considerarsi non tanto diritto, quanto dovere nei confronti dello sforzo produttivo nazionale.

Ma il secondo conflitto mondiale stava ormai per scoppiare. La guerra inflisse colpi gravissimi all’industria zolfifera siciliana, la cui produzione toccò il minimo nel 1944 con 32.000 tonnellate contro le 240.000 del 1938, le miniere attive si ridussero da 103 a 75, mentre il numero degli addetti scese a 4.800 zolfatari. Alla fine della guerra gli ormai cronici problemi dell’industria zolfifera, dovettero cedere il passo a quelli più gravi della ricostruzione. Per evitare i danni che col ritorno alla normalizzazione la concorrenza le avrebbe sicuramente apportato, il governo lasciò alla regione l’incarico di risanare il settore, incarico che la regione difficilmente poteva assolvere, perché i problemi dell’industria erano collegati al più generale problema meridionale.

Geologo Alfio Calabrò
Prof.ssa Ermelinda Ciaurella

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14Feb

RIORGANIZZAZIONE DEL SETTORE ZOLFIFERO DOPO LA CRISI DEGLI ANNI 50’ (1° parte)

14 Febbraio 2013 splitsrl Articoli

Agli inizi degli anni ‘50, l’azione della regione consistette quasi unicamente in una continua erogazione di fondi per evitare che i lavoratori delle zolfare rimanessero disoccupati con riflessi sociali gravi, specie nelle provincie di Enna, Caltanissetta e Agrigento in cui la maggioranza della popolazione, direttamente o indirettamente, viveva sull’industria zolfifera. L’occupazione operaia che aveva raggiunto nel 1952 la punta massima di 12.100 addetti, cominciò a declinare scendendo a 9.359 nel 1957 e 7.200 nel 1960. La produzione siciliana incideva, ormai, con meno del 2% nel mercato mondiale, che era dominato per il 90% dalla produzione statunitense, inoltre, i costi dello zolfo siciliano erano di 45 mila lire a tonnellata contro le 20 mila lire di quello estratto con il metodo Frasch e lo zolfo di recupero del gas metano e del petrolio costava solo 12 mila lire. In queste condizioni appariva impossibile che l’industria zolfifera siciliana potesse portarsi al livello dei nuovi costi competitivi di mercato.
Bisognava, quindi, più che smobilitare l’industria zolfifera siciliana, promuovere la verticalizzazione, cioè il collegamento in loco della coltivazione delle miniere con quella dell’utilizzazione industriale del prodotto zolfifero per la produzione di acido solforico e altri prodotti chimici, come i concimi, utilizzando come materie prime insieme allo zolfo, anche i sali potassici e gli idrocarburi. Questa tesi fu portata avanti con molta forza dai sindacati. Ma lo sviluppo di una industria chimica siciliana veniva a cozzare con gli interessi delle grandi società nazionali, che detenevano in questo campo una posizione di monopolio. Pertanto, le autorità regionali e nazionali mostrarono di non incoraggiare alcun programma di verticalizzazione dell’industria zolfifera.

In queste condizioni, prese il sopravvento la tendenza tradizionalista del mondo imprenditoriale zolfifero, che credette di poter ritornare alla politica di sostegno e dei prezzi minimi garantiti. Questa posizione degli industriali fu appoggiata anche dalle organizzazioni sindacali. Ma l’atteggiamento dei sindacati era motivato dalla considerazione che, per effetto della crisi e della resistenza ad impostare una politica nuova di settore, la situazione nelle miniere diveniva ogni giorno più pesante. Gli operai restavano creditori dei salari maturati per mesi e mesi, le sciagure minerarie si moltiplicavano a ritmo crescente, gli industriali minacciavano la chiusura delle miniere o procedevano a licenziamenti più o meno massicci. Nel 1955, il governo regionale elaborò un Piano quinquennale di sviluppo economico e sociale della Sicilia.

Per quanto atteneva lo zolfo, la commissione del piano proponeva che ad integrazione dei provvedimenti di sostegno nazionali e regionali già deliberati, fossero adottati altri interventi volti a realizzare il completo ammodernamento e la meccanizzazione degli impianti di estrazione e di trattamento, l’utilizzazione sul posto del minerale di zolfo per la produzione di acido solforico, l’impiego diretto dei concentrati di flottazione soprattutto in agricoltura, l’intensificazione delle ricerche zolfifere nella speranza che presto potessero individuarsi giacimenti anche profondi di grande estensione. Ma le proposte del Piano quinquennale, purtroppo non ebbero seguito. In effetti, prevalse la politica di sostegno dello zolfo, che venne assunta integralmente dalla Regione. Così, fra il 1955 ed il 1958, vennero approvate tutta una serie di leggi con le quali furono autorizzati prestiti in favore alle aziende zolfifere per il pagamento dei salari e l’acquisto di materiali indispensabili alle lavorazioni minerarie. Più che altro, si trattava di leggi particolari, che miravano esclusivamente a tamponare certi situazioni di emergenza. Ma la crisi tendeva ad aggravarsi sempre più facendo avvertire l’inutilità di tutte quelle leggi tampone, tra l’altro estremamente gravose per il bilancio della Regione.

Nel 1956, la Regione istituiva una “Commissione per lo studio dei problemi dell’industria zolfifera”, chiamandone a far parte gli esperti italiani più qualificati dei settori interessati al problema, al fine di accertare se fosse consigliabile il mantenimento di una industria così costosa e quali fossero i mezzi più idonei per risanarla. Una tale indagine si rendeva ancora più necessaria in vista dell’istituzione del Mercato Comune Europeo che se offriva, da una parte i mezzi atti a superare la crisi, esigeva dall’altra che una volta superatala, l’industria si ponesse su un piano di assoluta economicità che consentisse di affrontare la concorrenza estera in un regime di liberi scambi prescindendo da qualsiasi intervento di sostegno diretto o indiretto.

Le conclusioni a cui pervenne la Commissione furono confortanti. In particolare, la possibilità di soluzione della crisi fu indicata nell’abbandono delle vie tradizionali per quanto riguardava i tipi di produzione e nella riduzione a misura minima dello zolfo fuso e nell’utilizzazione diretta del prodotto presso l’industria chimica. In relazione alle indicazioni fornite dalla Commissione, la Regione siciliana procedeva alla emanazione della legge 13 marzo 1959, con la quale si davano i mezzi finanziari necessari per attuare un piano generale di riorganizzazione delle aziende zolfifere, nel periodo massimo di cinque anni. In forza di questa legge, le singole aziende hanno elaborato i piani di riorganizzazione, sottoponendoli all’approvazione dell’apposito comitato governativo. I piani aziendali prevedevano eventuali licenziamenti o assunzioni di nuovo personale. Le miniere che alla fine del quinquennio raggiungevano costi di produzione economici erano autorizzate a proseguire nell’attività, le altre dovevano essere smobilitate. La Regione, inoltre, concedeva alle singole aziende mutui finanziari proporzionati alle esigenze di attuazione del piano di riorganizzazione, senza interessi e da rimborsare a partire dal sesto anno dopo l’approvazione del piano medesimo.

La mancata attuazione del piano di riorganizzazione aziendale comportava la decadenza della concessione mineraria. In favore dei lavoratori licenziati erano previsti interventi particolari: l’organizzazione di corsi e di cantieri di qualificazione professionale, la concessione di una speciale indennità pari al 50% del salario contrattuale nel periodo di attesa di una nuova occupazione calcolato fino ad un massimo di 18 mesi; la corresponsione di una indennità supplementare di licenziamento a quegli operai che al termine del periodo di attesa non avessero trovato un nuovo collocamento e la corresponsione di un contributo ai lavoratori delle aziende sotto gestione commissariale. Di particolare interesse era il diritto, riconosciuto agli operai licenziati, di avere la precedenza ai fini del collocamento nelle altre attività minerarie regionali ( idrocarburi, sali potassici ).

Altri provvedimenti riguardavano alcune forme incentivanti di contributi per la verticalizzazione dell’industria zolfifera mediante la costruzione di impianti chimici consumatori di zolfo; tutto questo nel quadro di una politica che faceva esclusivo affidamento all’iniziativa privata. Senza dubbio, questa legge creò una situazione giuridica, economica e finanziaria nuova nel settore minerario isolano anche se, mancò l’obiettivo principale: quello di risolvere la crisi zolfifera. Nello stesso periodo l’Ente Zolfi Italiani avviava una serie di studi, con il concorso finanziario dello Stato e della Regione, per approfondire la possibilità ed i mezzi di un razionale risanamento dell’industria zolfifera. Questi studi riscossero l’approvazione del Comitato Italo Tedesco di Cooperazione Economica che, a tal fine, concesse un contributo per la loro esecuzione.

Gli studi furono compiuti dall’Ente Zolfi con l’ausilio di Istituti esteri specializzati: in primo luogo la Veruschacht di Essen e la Fraser and Weir di Chicago. Le conclusioni degli studi, illustrate al “Convegno Nazionale dello Zolfo” tenuto a Palermo nel marzo 1961, furono confortanti. Infatti, gli esperti stranieri riconobbero unanimamente le possibilità di superare la crisi strutturale dell’industria zolfifera siciliana attraverso l’integrale riorganizzazione di tutto il complesso industriale: dalla riorganizzazione delle singole miniere, alla destinazione di tutta la loro produzione, limitata al minerale e ai concentrati, alle industrie chimiche ubicate in prossimità dei bacini minerari. La mozione conclusiva del Convegno teneva conto di due fondamentali obiettivi: la salvaguardia della stabilità del posto di lavoro, cioè la piena occupazione degli operai nelle aziende e nei complessi chimici e la garanzia di una attività produttiva dell’industria che non sia artificiosamente protetta fino al punto di vivere parassitariamente nel corpo vivo dell’economia nazionale, ma sia, invece, in condizioni di svilupparsi liberamente e di contribuire al progresso generale del paese.

Intanto, nel settembre 1962, la C.E.E. istituiva un comitato di collegamento e azione per l’industria dello zolfo in Italia che, nel novembre del 1963, presentò alla C.E.E. un rapporto sulla situazione del settore. Sia il programma del governo Italiano che il rapporto del comitato ritenevano impossibile una pura e semplice riorganizzazione economica della produzione e indicavano nell’agganciamento all’industria chimica il solo modo di prolungare la vita di quella zolfifera.

Geologo Alfio Calabrò
Prof.ssa Ermelinda Ciaurella

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