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Articoli

03Mag

LA VITA NELLE MINIERE DI ZOLFO (1° PARTE)

3 Maggio 2015 Alfio Calabrò Articoli

 LA VITA NELLE MINIERE DI ZOLFO: ASPETTI LAVORATIVI
( PRIMA PARTE )
Il lavoro nelle miniere di zolfo comportava un numero di addetti elevato e diversificato, che in relazione al tipo di prestazione venivano divisi in interni: picconieri, carusi, spesaiuoli, pompieri, ed esterni: calcaronai, arditori, capimastri e per prestazioni d’opera saltuarie falegnami e fabbri ferrai.
Il peso della lavorazione sotterranea era sostenuto principalmente dai picconieri e dai carusi. I picconieri erano l’élite professionale degli zolfatari, la categoria che rappresentava il punto di arrivo della loro carriera, quella da cui provenivano i capomastri, i tecnici di formazione operaia che avevano un ruolo essenziale nella vita delle zolfare. Le mansioni del picconiere richiedevano di per sé uno sforzo muscolare notevole perché staccavano il minerale, nei giacimenti sotterranei, con il piccone, dal peso variabile tra i 5 e i 6 chilogrammi e all’occorrenza con l’ausilio di mine. Tutto ciò era reso più gravoso dalle condizioni dell’ambiente sotterraneo: il caldo eccessivo, la presenza di gas e di acqua, la polvere e la mancanza d’aria, la scarsità della luce, l’angustia e la conformazione irregolare dei cantieri. A ciò si aggiungeva il rischio sempre presente di crolli, incendi ed inondazioni, tutti pericoli che lo tenevano in una condizione psicologica di continua tensione.
L’altra categoria fondamentale dei lavoratori sotterranei era quella dei trasportatori, appartenenti a tutte le età, ma detti carusi perché fra di essi erano numerosi i ragazzi. Diventare picconieri era la loro massima aspirazione, ma per molti ciò si rivelava impossibile; infatti dei quasi quattordicimila trasportatori che, nel 1890, erano impiegati nelle zolfare, due terzi avevano un’età superiore ai quattordici anni e tra questi molti dovevano essere gli adulti destinati a rimanere carusi per tutta la vita.
I carusi avevano come unica mansione quella penosissima di trasportare a spalla, per mezzo di sacche e ceste, il minerale dall’interno all’esterno delle zolfare. Questa operazione era faticosissima ed avveniva in condizioni talmente disagevoli da rendere disumano il lavoro. Essi, del tutto ignudi, camminando in fila attraverso i cunicoli e salendo i gradini ripidissimi e malamente costruiti delle discenderie, con il respiro reso affannoso dallo sforzo e dalla cattiva circolazione dell’aria, trasportavano all’esterno carichi che variavano da venti ad ottanta chilogrammi e facevano un numero di viaggi che andava da un massimo di cinquanta ad un minimo di dieci per le escavazioni più profonde.
Nell’interno delle zolfare lavoravano altre categorie che avevano una consistenza numerica molto inferiore ed assolvevano il compito di assicurare le condizioni materiali indispensabili per il lavoro di picconieri e trasportatori.
Erano questi gli spesaiuoli, operai generici addetti alla ricerca di nuovi giacimenti, all’apertura di fori per la ventilazione delle gallerie, ai lavori di rinforzo in muratura o in legno e gli acquaroli o pompieri, impiegati nella eduzione manuale dell’acqua, che svolgevano l’operazione lavorativa più ingrata con i piedi sempre immersi nelle acque spesso sature di idrogeno solforato, le cui inalazioni costituivano una delle fonti di maggiore pericolo per chi lavorava all’interno. In questo lavoro venivano impiegati tutti coloro che avevano un impedimento fisico e non erano in grado di maneggiare il piccone.
La stratificazione professionale dei lavoratori dell’esterno delle zolfare era poco complessa. I calcaronai erano addetti al riempimento delle fornaci entro cui fondeva lo zolfo, un’operazione che richiedeva notevole perizia soprattutto nel posizionare il minerale grezzo e nel proporzionare lo strato di rosticcio che doveva ricoprirlo alla sommità. Gli arditori erano addetti alla conduzione del calcarone che, alla fine dell’ottocento, era il mezzo di fusione dello zolfo più diffuso.
Una figura sociale particolarmente importante era quella del capomastro.
Si trattava, generalmente, di un ex picconiere che l’amministrazione promuoveva a mansioni di sorveglianza e di organizzazione, valorizzandone la riconosciuta esperienza. La sua posizione mediana tra il coltivatore della miniera e gli zolfatari gli consentiva di approfittare dell’uno e degli altri. Spesso i capimastri appartenevano alla mafia ed erano mal visti dai picconieri e dai carusi.
Questa descrizione delle operazioni lavorative e della varietà professionale degli zolfatari ci fa vedere quello che era il tratto dominante del loro mestiere, il fatto, cioè, che la loro attività lavorativa si reggeva interamente su un uso primordiale dell’energia umana.
La legislazione mineraria era regolata in Sicilia dal diritto fondiario, che secondo il precetto romano applicato dai Borboni e in seguito fatto proprio dal governo italiano, estendeva la proprietà di un suolo usque ad inferos.
Da tale stato di diritto, derivava un primo inconveniente a causa del frazionamento in superficie della proprietà privata, che non rispecchiava ciò che la natura aveva creato nel sottosuolo come bene da valorizzare; in tali condizioni, il più delle volte, lo stesso giacimento apparteneva a diversi proprietari con interessi contrastanti e quindi, quando non si poteva pervenire ad una gestione unica venivano aperte diverse unità minerarie con vie d’accesso indipendenti.
Il grosso proprietario raramente coincideva con l’esercente, spesso non sapeva né il numero, né il nome delle zolfare che gli consentivano di condurre un’esistenza agiata e oziosa nelle città europee. Conservatore per eccellenza, tradizionalista, il proprietario preferiva contare su un guadagno continuo e sicuro e, se disponeva di capitali, preferiva acquistare altra proprietà invece che investirli in imprese minerarie che, tra quelle industriali, presentavano un maggiore rischio.
I proprietari concedevano in gabella sia le terre che le miniere, imponendo per queste ultime degli obblighi assurdi per salvaguardare i loro diritti, mentre, quale compenso riscuotevano una quota in natura dello zolfo prodotto, cioè il cosiddetto estaglio, del quale il valore medio si aggirava al 20%. Questa aliquota, chiaramente parassitaria, era enorme perché il proprietario non partecipava agli investimenti occorrenti per l’apertura della miniera e il più delle volte il gabelloto doveva anche pagare le imposte e lo stipendio al rappresentante del proprietario. Infine, tra gli inconvenienti, vi era il fatto che il contratto di gabella normalmente veniva effettuato con scadenza a breve termine ( tra i 9 e i 12 anni ) nella speranza che, se la miniera risultava ricca, allo scadere del contratto il proprietario poteva ottenere un estaglio più vantaggioso.
In tali condizioni, i lavori di preparazione si riducevano al minimo indispensabile, mentre erano nulli o quasi gli investimenti per gli impianti, non essendovi alcuna garanzia per il loro ammortamento.
A sua volta il gabelloto, poiché alla scadenza del contratto doveva riconsegnare tutti gli impianti fissi ( fabbricati, pozzi, gallerie, forni ) non era interessato ad investimenti produttivi, anzi molto spesso subconcedeva la miniera per ottenere, senza impiego di risorse finanziarie o tecniche, una forma di rendita, quindi, egli preferiva sfruttare intensamente il lavoro umano piuttosto che rischiare capitali in miglioramenti strutturali.

Geologo Alfio Calabrò,

Prof.ssa Ermelinda Ciaurella

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26Apr

MINIERA DI ZOLFO LA GRASTA (SOMMATINO, SICILIA)

26 Aprile 2015 Alfio Calabrò Articoli

LA MINIERA DI ZOLFO LA GRASTA
( The sulfur mine La Grasta )
(The sulfur mine La Grasta was one of the smaller mines of Sicily. From its subsoil were extracted wonderful mineral celestite brilliant white with sulfur and celestite blue with sulfur)

LOCALIZZAZIONE DELLA MINIERA
(LOCATION OF THE MINE)

NOME: MINIERA LA GRASTA
MINERALE COLTIVATO: ZOLFO
LOCALITA’: SOMMATINO, (Provincia: CALTANISSETTA) SICILIA
QUOTA: 385 metri sul livello del mare
LATITUDINE: 37°22’03’’ Nord
LONGITUDINE: 13°58’23’’ Est
ITINERARIO: Da Caltanissetta verso Agrigento lungo la SS640 all’altezza del bivio per Canicatti imboccare a sinistra per la SS190 detta strada delle miniere, raggiunto Sommatino imboccare a sinistra per la SP2 in direzione Ramilia dopo circa 3Km, in contrada La Grasta imboccare a sinistra verso l’ingresso della miniera.

La miniera di zolfo La Grasta, a differenza di molte miniere che sorgevano in quella zona, era una zolfara di piccole dimensione, rimodernata nella quasi totalità dall’ Ente Minerario Siciliano (E.M.S.) a partire dalla fine degli anni ’60.
La miniera, a causa dei pochi anni di esercizio e della modesta dimensione, era soprannominata dai minatori la signorina per differenziala dalle grandi e antiche miniere presenti nel territorio.
Prima di allora la miniera era composta da un piano inclinato che portava alla profondità di 89metri sotto il piano campagna, dove si sviluppava un unico livello minerario.
Con l’entrata dell’EMS fu costruito un moderno pozzo di estrazione e la miniera fu approfondita con un ulteriore livello minerario fino a raggiungere quota 133metri dal piano campagna.
Lo strato solfifero coltivato era orientato in senso Est-Ovest e immersione Sud di 30°-35°, contenuto tra i calcari di letto e le marne a tetto.
I sotterranei in cui avveniva la coltivazione, per mezzo di esplosivi, erano formati da un susseguirsi di grandi geodi o cavità (dette garbere), all’interno delle quali si trovavano migliaia di cristalli di celestina bianca brillante, immersi in una matrice di zolfo che ricoprivano completamente le pareti e il tetto delle cavità.
Il contrasto tra i colori della celestina e quelle dello zolfo rendevano questi campioni di una eccezionale bellezza, in rari casi il colore della celestina era di un azzurro intenso immersa in una matrice di zolfo colore arancio mielato.
La miniera aperta nel 1967 fu definitivamente chiusa nel 1988 e le vie d’accesso al sottosuolo furono ostruite alla fine del 1990.
Geologo Alfio Calabrò

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20Apr

MINIERA DI ZOLFO COZZO DISI ( CASTELTERMINI, SICILIA )

20 Aprile 2015 Alfio Calabrò Articoli

LA MINIERA DI ZOLFO COZZO DISI
( The sulfur mine Cozzo Disi )
( Was one of the largest sulfur mines of Sicily, from its subsoil extracted the most beautiful minerals sulfur yellow, sulfur bituminous, gypsum with sulfur and aragonite. )

LOCALIZZAZIONE DELLA MINIERA
(LOCATION OF THE MINE)

NOME: MINIERA COZZO DISI
MINERALE COLTIVATO: ZOLFO
LOCALITA’: CASTELTERMINI, (Provincia AGRIGENTO) SICILIA
QUOTA: Da 190 a 250 metri sul livello del mare
LATITUDINE: 37°30’48’’ Nord
LONGITUDINE: 13°40’56’’ Est
ITINERARIO: Da Agrigento, SS189 per Lercara Friddi sino a P.so Funnuto, deviazione a sinistra per Casteltermini sulla strada provinciale SP22; a 2Km dalla deviazione si incrocia l’ingresso alla miniera.

Questa miniera è nata nel 1870, di proprietà degli eredi del Conte della Bastiglia.
Inizialmente l’entità del minerale era piuttosto modesta, i lavori si sviluppavano in una formazione diretta da Nord a Sud e pendenze verso Ovest di 60°, composta da marne tripolacee al letto e calcari parzialmente mineralizzati e gessi al tetto.
Quando le coltivazioni minerarie raggiunsero la quota di 180 metri sul livello del mare, incontrarono all’estremo Nord della concessione una lente riccamente mineralizzata e interessata da numerose caverne (dette dai minatori garbere) di cui una particolarmente grande che diede il nome alla zona di coltivazione di “sezione grande garbera o sezione grotte”, tutti i minatori e i tecnici che lavoravano nei sottosuoli rimasero stupefatti dalla bellezza di questa garbera, si trattava di diverse caverne ricche di cristalli di gesso trasparenti di dimensione metrica ricoperti da migliaia di grossi cristalli di zolfo.
Di seguito viene riportata una testimonianza scritta dal perito minerario Amedeo La Porta che nel 1949 ebbe l’opportunità di rilevare le meraviglie di questa garbera.
Nel 1949 sono stato ammesso come tirocinante alla Cozzo Disi e sono stato incaricato di assistere ai lavori di prolungamento del pozzo D’Ippolito. Nei periodi di tempo per me inattivi, mi impegnavo in esercitazioni di topografia sotterranea; mi occorreva un luogo tranquillo escluso dal transito dei vagoni e mi è stato indicato, sempre sullo stesso piano del 3° livello, in fondo della galleria della sezione grotte, ove sono stato accolto dal capomastro Vincenzo Lo Presti, il quale mi accompagno.
Planimetricamente, queste garbere si estendono complessivamente per un centinaio di metri, mentre verticalmente si susseguono e non si sa fin dove. Tra i cristalli di gesso presenti prevalgono quelli in posizione verticali con le pareti perfettamente lisce. La straordinarietà di questa composizione naturale è data, non tanto dalle forme delle garbere quando, dalla dimensione e dalla trasparenza vitrea dei cristalli di gesso. Alcuni hanno un altezza di 3-5metri, una lunghezza di 8-16metri e uno spessore di 2-4metri e sono trasparenti al punto da consentire il riconoscimento delle persone che si dovessero trovare dall’altra parte. Io le ho viste e ripetutamente ammirate fra la fine del 1949 e i primi mesi del 1950 (tratto dal libro Le miniere di zolfo e la sua gente scritto da Sebastiano Infantino).
Più a Nord della grande garbera è stato trovato un enorme ammasso di zolfo che diede grande sviluppo alla miniera, a questa ricchissima zona mineraria diedero il nome di “Sezione Ammasso”.
A questo punto iniziarono i lavori minerari su scala industriale e la Cozzo Disi divenne una grande miniera con circa 700 addetti.
Nella “Sezione Ammasso” furono tracciati i livelli minerari con forma pressoché ellissoidale con la lunghezza massima di circa 200m e larghezza di 90metri furono scavati ben XII livelli minerari per una profondità di circa 400 metri.
Da questa miniera furono estratti i meravigliosi campioni di zolfo giallo limone, giallo verde e bituminoso, campioni di gessi con cristalli di zolfo e aragonite pseudoesagonale.
La chiusura della miniera avvenne nel 1988, il 12 Novembre del 1990 all’undicesimo livello venne siglato il documento che sancì la definitiva chiusura delle ultime sei miniere di zolfo presenti in Sicilia.
Geologo Alfio Calabrò

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14Mar

LE MINIERE NELL’ANTICO DIRITTO SICULO

14 Marzo 2013 splitsrl Articoli

Il diritto romano governò la Sicilia fin dal tempo in cui divenne provincia di Roma e le tradizioni giuridiche romane ebbero nell’isola lunga ed ininterrotta persistenza. Secondo la più antica legislazione romana le miniere e le cave di qualunque specie ( metalla ) appartenevano ai proprietari dei fondi, ove esse si rinvenivano ( metalla privata ), rimanendo proprietà dello stato quelle coltivate nell’ager publicus ( metalla publica ). In Sicilia si sono trovate le prime tracce delle coltivazioni minerarie risalenti al 200 a.C. I Romani utilizzarono lo zolfo in medicina e mescolandolo ad altre materie combustibili, ne fecero per primi uso bellico.

Narrano gli antichi storici ( Tacito, Svetonio ), che l’imperatore Tiberio volle attribuire al suo erario le miniere rinvenute nei fondi privati; questo provvedimento, fu ritenuto molto esorbitante e dopo la sua morte la legge relativa non ebbe esecuzione. L’antico rigido principio dell’accessione, che prevalse nel diritto dell’epoca classica subì, in seguito, notevoli modifiche e limitazioni.

Ciò era comprovato da varie costituzioni, tra queste particolarmente importante : degli imperatori Valentiniano e Valente, 365 d.C., con cui fu riaffermata la libertà di coltivare le miniere nei fondi privati, imponendo agli esercenti di vendere allo stato il minerale scavato ad un prezzo fissato. Gli imperatori Graziano, Valentiniano II, Teodosio nell’anno 382 d .C. sancirono che ognuno poteva scavare pietre e marmi nei fondi altrui, purché avesse pagato la decima al fisco e la decima al proprietario del suolo.

Nel Medio Evo, il sistema feudale introdotto dai Normanni e mantenuto dalla dominazione Sveva, sancì che le miniere, furono comprese fra le regalie del Principe e come tali escluse dalle feudali concessioni. Federico II costituì a favore del fisco il monopolio dei minerali e del sale. Particolarmente attive furono negli scorsi secoli le escavazioni di zolfo, minerale che, in Sicilia, presentava ricchi giacimenti e che fu esportato largamente a partire dagli inizi del secolo XVIII. Norme speciali regolarono l’apertura delle miniere di zolfo. I baroni proprietari dei feudi dovevano chiedere istanza alla magistratura finanziaria competente, per conoscere entro un determinato termine se la nuova zolfara, che si voleva aprire, potesse nuocere ai vicini.

La stessa magistratura faceva eseguire a periti non sospetti una relazione per accertare che la nuova zolfara avesse la distanza di mezzo miglio dalle terre circostanti di proprietà di altri feudatari, inoltre, le fornaci per la fusione dello zolfo dovevano interrompere le operazioni nei mesi da maggio ad agosto, per abbassare la presenza di acido solforico che arrecava danno alle colture circostanti ( a norma del Dispaccio Patrimoniale del 28 marzo 1757 ). Verso la fine del secolo XVIII, il fisco patrimoniale di Sicilia avanzò la pretesa di riscuotere dai possessori di miniere di zolfo la decima del prodotto, sostenendo che tutte le miniere erano di proprietà del demanio.

Vari reclami furono avanzati dai produttori di zolfo ed infine il re Ferdinando I di Borbone, uniformandosi al parere espresso dal tribunale del Real Patrimonio, decise che i possessori di miniere dovevano prestare all’Erario regio la somma di dieci onze per ogni permesso minerario richiesto. I dati fin qui esposti ci danno una prima idea dell’importanza che ha avuto da sempre l’estrazione mineraria per il fabbisogno erariale delle dinastie che si sono susseguite in Sicilia.

Geologo Alfio Calabrò
Prof.ssa Ermelinda Ciaurella

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05Mar

PRODUZIONE ZOLFIFERA DALL’INIZIO DEL XIX ALLA PRIMA META’ DEL XX SECOLO (1° parte)

5 Marzo 2013 splitsrl Articoli

L’incremento delle esportazioni zolfifere divenne rilevante a partire dal 1815, stimolato dall’intensa attività delle fabbriche inglesi e francesi di acido solforico e soda artificiale. L’aumento della domanda fu tale da superare di molto la produzione, i prezzi si elevarono rapidamente raggiungendo nel 1833 il massimo storico di 55 tarì al cantaro ( 80 Kg ) di zolfo fuso e la produzione fu intensificata, provocando il trasferimento di numerosa manodopera dall’agricoltura alle zolfare. Considerando che la produzione era concentrata, per la maggior parte, nelle tre province di Enna, Agrigento e Caltanissetta, il numero dei lavoratori sottratto ai campi fu elevato.

In quel periodo risultavano già in esercizio le prime grandi miniere dei principi Trabia a Sommatino e S. Elia a Piazza Armerina ( Grottacalda ), della casa ducale Monteleone a Favara ( Lucia ). Nel decennio successivo entrarono in attività nel bacino nisseno la Trabonella e la Juncio di Caltanissetta, la Floristella e la Galizzi a Castrogiovanni, la Gallitano a Mazzarino. La crescente domanda delle industrie europee, scatenò in pochi anni la corsa alla ricerca del minerale nel sottosuolo. Ma questa disordinata e frenetica attività di ricerca non favorì chi trovò delle miniere. Infatti le forti spese di trasporto fino ai caricatoi, distanti dalle nuove miniere e il costo della manodopera fortemente elevato a causa della gran richiesta, resero eccessivi i costi di coltivazione di queste zolfare. Dalla fine del 1833 i prezzi cominciarono a scendere, mentre la produzione non si riduceva al di sotto dei costi medi di produzione che si aggiravano sui 12-14 tarì.

Data la situazione una riduzione della produzione avrebbe dovuto imporsi, ma i produttori sperando di ritrovare gli antichi prezzi e spinti dalla necessità di coltivare le miniere, che se non coltivate sarebbero state invase dalle acque, proseguirono gli scavi, rovinando definitivamente il mercato, dominato dai commercianti stranieri che, grazie ai depositi di cui disponevano, dettavano le regole di mercato comprando sottocosto. In realtà a godere dei benefici degli alti prezzi degli anni 1830-33, più che i produttori erano stati gli speculatori e i trafficanti. Il commercio dello zolfo era in mano a pochi grandi esportatori, per lo più inglesi e in minor numero francesi, che approfittando della scarsità di capitali esistente in Sicilia, si accaparravano le scorte di zolfo.

La gravità della crisi indusse i produttori a rivolgersi per aiuto al governo napoletano che cercò di correre ai ripari. La situazione sembrò doversi trovare in una riduzione della produzione in modo d’adeguarla alla domanda del mercato. Per ottenere ciò si decise di ricorrere alla stipula di una convenzione con la quale si concedeva ad una compagnia francese, la TAIX &AYCARD, il monopolio sul commercio minerario e il controllo delle quantità prodotte. In base a quest’accordo veniva fissato un limite massimo all’estrazione annua pari a 600.000 cantari, 300.000 in meno di quanto fosse stimata la produzione stagionale. La compagnia si impegnava ad acquistare tale ammontare ad un prezzo medio di 23 tarì al cantaro e a corrispondere a ogni produttore, un indennizzo di quattro tarì per ciascuno dei 300.000 cantari dei quali veniva vietata la produzione. A loro volta gli esercenti e i negozianti che avessero voluto esportare in proprio, senza depositare lo zolfo all’ammasso, avrebbero dovuto pagare un premio di venti tarì per cantaro a favore della società privilegiata.

Le proteste dei negozianti siciliani e soprattutto di quelli inglesi costrinsero il governo napoletano a prendere in considerazione una sua revisione; fino a che entrò in campo la diplomazia e la flotta britannica, che con l’azione dimostrativa dell’aprile 1840 costrinsero il Re all’immediata risoluzione dell’accordo e a trattare di conseguenza un oneroso indennizzo sia agli azionisti della Taix, sia ai sudditi inglesi danneggiati dall’esperimento del monopolio. Il fallimento del primo tentativo di disciplina obbligatoria del commercio zolfifero, rendeva evidente l’asprezza dei rapporti di subordinazione economica tra paesi industrializzati e paesi produttori di materie prime e la debolezza del monopolio naturale siciliano nel contesto internazionale del nascente imperialismo.

L’esistenza di grandi depositi di zolfo, dovuta al mancato collocamento del prodotto dopo il 1840, aggravò, ancora di più, il rallentamento in atto nella coltivazione delle zolfare che, dopo un’effimera ripresa, si accentuò nel biennio 1848-49, sia per gli avvenimenti politici che per le sfavorevoli condizioni meteorologiche. A queste fasi di difficoltà produttiva, si aggiunsero qualche anno dopo le preoccupazioni per il successo dei primi esperimenti che impiegavano le piriti di ferro per ottenere l’acido solforico, questi lasciavano intravedere la possibilità di un brusco calo della domanda inglese e francese. Fortunatamente, l’industria dello zolfo trovò un nuovo importante sbocco come rimedio ad una grave malattia della vite, l’oidio, che dal 1850 s’era diffuso in Europa, colpendo specialmente le regioni del meridione francese dove la produzione dei vini si ridusse fino alla metà.

Fra i vari rimedi provati, l’unico che si dimostrò di notevole efficacia e che si diffuse in tutte le regioni vinicole, fu quello della solforazione delle viti sia come cura che come profilassi. Dopo il 1850, si ebbe un forte aumento della domanda e dell’esportazione diretta in prevalenza verso gli Stati Uniti, la Germania, l’Olanda, l’Austria e l’Ungheria, mentre diminuiva la domanda anglo-francese. Un’altra causa che favorì l’aumento dell’esportazione fu la guerra di Crimea per la necessità di zolfo che ebbe l’industria bellica. Il periodo compreso tra il 1860 e il 1875 fu positivo per l’industria zolfifera siciliana: infatti la produzione passò da 150.000 a 250.000 tonnellate di zolfo, il prezzo aumentò da 120 lire a 140 lire a tonnellata e l’esportazione passò da 140.000 a 240.000 tonnellate.

La relativa stabilità dei prezzi come pure il costante incremento sia della produzione che dell’esportazione, avevano incoraggiato gli investimenti nella produzione e nel commercio dello zolfo, oltre a consentire una certa tranquillità economica a quanti vivevano di questa attività. A parte la leggera contrazione del biennio 1864-65, i prezzi medi si erano mantenuti ad un alto livello, toccando punte eccezionali negli anni 1874 e 1875. Oltre alla domanda esterna, altre cause favorirono l’aumento della produzione, quali lo sviluppo delle costruzioni ferroviarie nell’isola e i miglioramenti nelle tecniche di produzione che, riducendo i costi e le perdite di minerale durante la fusione, permisero lo sfruttamento di quelle miniere considerate fino ad allora non convenienti. Anche nel campo dell’istruzione professionale vi furono dei progressi: nel 1862, fu istituita, a Caltanissetta, la prima scuola italiana per la formazione di personale tecnico minerario.

La discesa dei prezzi che a partire dal 1873-75 contrassegnò per circa un ventennio l’economia mondiale, colpì gravemente l’industria zolfifera siciliana annullando in gran parte quei progressi che si erano avuti negli anni precedenti. Infatti i prezzi, che nel periodo 1860-1875 erano risultati in media di lire 124 a tonnellata, scesero nel decennio successivo ad una media di 100 lire, per raggiungere il minimo prezzo di 55 lire nel 1895. Nonostante la crisi del ventennio 1875-1895, gli esercenti aumentarono la produzione, favorendo l’abbattimento dei prezzi. Tutto questo si rifletteva sulle condizioni degli operai, che già oppressi da condizioni di vita e lavoro difficili, si sentivano minacciati e colpiti nelle retribuzioni. Il salario medio passò da 2,90 lire a 1,90 lire, con una diminuzione del 34%.

Per fronteggiare la situazione gli zolfatari crearono i primi circoli e le prime società operaie che, più tardi, divennero il nucleo dei Fasci dei lavoratori. Nello stesso periodo la reazione operaia cominciò a dar vita a forme di lotta sindacale e si ebbero 25 scioperi che interessarono circa 20.000 lavoratori. Per porre fine alle crisi che imperversavano sull’industria zolfifera, il governo concesse ad una compagnia anglo-italiana il monopolio del commercio dello zolfo e il diritto di porre delle limitazioni alla produzione. L’iniziativa per la formazione di questa società era partita da un gruppo di produttori, capitanati da Ignazio Florio, che rappresentavano circa l’80% della produzione. Nel 1896 nacque l’Anglo Sicilian Sulphur Company, una società a prevalente capitale inglese, che accentrò nelle proprie mani per circa un decennio la maggior parte dello zolfo prodotto nell’isola, ripetendo l’esperimento compiuto anni prima, sotto i Borboni, dalla società Taix-Aycard.

Quindi, l’Anglo-Sicula si impegnò ad acquistare per un decennio e a prezzi prefissati l’intera produzione delle miniere siciliane, col diritto però di limitarne l’offerta fino ad una esportazione massima di 340.000 tonnellate; nello stesso tempo essa riuscì a concludere patti vantaggiosi con le raffinerie di Catania che si obbligarono a lavorare esclusivamente gli zolfi forniti dalla società. L’adesione dei produttori non era, però, coatta ma volontaria e ciò rappresentava un elemento di debolezza perché la produzione controllata era soltanto una parte di quella totale, quando invece piccoli esercenti e proprietari rimasero liberi di vendere zolfo a prezzi di concorrenza. Per di più, mancando l’adesione di tutti i produttori, l’eventuale riduzione della produzione delle miniere controllate poteva essere resa vana dalla maggiore produzione di quelle libere.

Nonostante ciò, l’Anglo-Sicula ebbe un periodo di prosperità economica perché condusse una saggia politica dei prezzi per evitare che, in presenza di prezzi alti, i produttori indipendenti aumentassero la produzione superando sensibilmente la richiesta di mercato. La convenzione con l’Anglo-Sicula, peraltro, coincise con la forte ripresa dell’economia mondiale dopo la ventennale “grande depressione” e la inversione del ciclo riportò ad alti livelli la domanda internazionale di zolfo. Nel periodo 1895-1904 i prezzi medi per tonnellata salirono da 55 a 95 lire e l’esportazione aumentò da 364.000 a 537.000 tonnellate, consentendo alla società di distribuire lucrosi dividendi agli azionisti. Ma il successo conseguito fu attenuato dall’effetto negativo del formarsi di elevate giacenze, che rappresentavano una grave minaccia per l’industria zolfifera.

I programmi della Società vennero sconvolti dalla notizia che negli Stati Uniti un nuovo metodo di estrazione mineraria ( metodo Frasch ) dava la possibilità di estrarre zolfo già fuso da imponenti giacimenti scoperti nella Louisiana, abbassando notevolmente i costi di estrazione. I produttori timorosi della concorrenza statunitense sollecitarono il governo ad intervenire, costituendo un consorzio obbligatorio per tutti i proprietari ed esercenti di miniere; l’Anglo-Sicula fu posta in liquidazione e il governo accogliendo la richiesta istituì, nel 1906, il Consorzio Obbligatorio per l’Industria Zolfifera Siciliana.

Prof.ssa Ermelinda Ciaurella
Geologo Alfio Calabrò

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