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Articoli

05Nov

LOCALIZZAZIONE E ITINERARI DELLE PIU’ IMPORTANTI MINIERE DI ZOLFO IN SICILIA

5 Novembre 2021 Alfio Calabrò Articoli

ITINERARI ZOLFARE DELLA PROVINCIA DI AGRIGENTO
1) MINIERA COFFARI-MUTI: ( 350 m.s.l.m.)
Da AG, SS189 per Lercara Friddi, situata a circa 3.5 Km dopo il bivio per Acquaviva-Platani, sulla destra della strada.
2) FALCONERA-GROTTICELLI: ( 300 m.s.l.m. )
Da AG, per SS118 a Cianciana, indi per Bivona. Zolfara a circa 2.5 Km dopo Cianciana.
Famosa per i gessi con zolfo e le arogoniti e gli zolfi di un giallo molto brillante.
3) SAVARINI: ( 250 m.s.l.m. )
Zolfara situata a circa 2Km a Est della località precedente, nella valle a Sud della Madonna della Rocca.
4) MANGANARO: ( 400 m.s.l.m. )
Da AG, SS189 per Lercara Friddi sino a P.so Funnuto, indi deviazione a sinistra per Casteltermini; a 2Km prima del paese a sinistra per carrareccia (2Km circa) alla zolfara.
5) COZZODISI: ( 250 m.s.l.m. )
Come sopra da P.so Funnuto per Lercara Friddi sino alla staz. ferr. di Campofranco, indi a sinistra alla zolfara nella strada verso Casteltermini.
Fra tutte le miniere siciliane la cozzo-disi a fornito i migliori cristalli da collezione che sono presenti in tutti i musei del mondo, fra questi ricordiamo : zolfi giallo oro, zolfi bituminosi, aragoniti psemorfe, gessi con inclusi di cristalli di zolfo. (Chiusa nel 1989.)
6) MANDRAVECCHIA NORD: ( 300 m.s.l.m. )
da AG, SS189 per Lercara Friddi sino a P.so Funnuto, indi deviazione per Casteltermini. Zolfara situata sulla sinistra della strada, 4Km circa prima del paese.
7) S. GIOVANNELLO: ( 300 m.s.l.m. )
Zolfara situata a circa 1,5 Km a Sud-Ovest della località 5, raggiungibile da quest’ ultima per carrareccia.
8) BALATALISCIA-TANAZZI: ( 300 m.s.l.m. )
Da AG, SS189 per Lercara Friddi a Comitini, indi alla staz. Ferr. omonima sulla linea per Termini Imerese. Zolfara situata ad 1Km Sud-Est del paese.
9) CROCILLA-FIUMAZZA: ( 400 m.s.l.m. )
Da Comitini per Grotte. Zolfara presso la staz. ferr. di Comitini sulla linea per Canicatti. Con la miniera precedente e altre minori, forma il gruppo di zolfare conosciute anche come Crocilla-Montagna.
10) PIANO-CORSA: ( 350 m.s.l.m. )
Da Grotte per Racalmuto indi per Bompensieri. Zolfara situata a circa 2.5 Km a Nord-Est di Racalmuto.
12) GIBISA-CIAVALOTTA: ( 300 m.s.l.m. )
Da AG o da Favara per Palma di Montechiaro sino a P.te Giummararo, indi si risale la valle del fiume Naro sino alla zolfare. Le zolfare Ciavalotta, Lucia con altre minori costituiscono un importante gruppo di miniere zolfifere.(chiusa nel 1989)
13) FAVAROTTA-ARRIGO’: ( 250 m.s.l.m. )
Da Canicatti SS123 per Licata; dopo Campobello di Licata e prima della staz. ferr. di Favarotta, zolfara sulla sinistra della strada.
14) CONTE BOSCO: ( 300 m.s.l.m. )
Da Campobello di Licata a Ravanusa, indi deviazione (4.5 Km ) sino alla zolfara situata ad Est di Ravanusa.
15) PASSARELLO: ( 250 m.s.l.m. )
Dalla località 13 per Licata sino a località Catena, indi deviazione a sinistra ( 1.5 Km ) sino alla zolfara.
ZOLFARE DELLA PROVINCIA DI CALTANISSETTA
16) GESSOLUNGO: ( 470 m.s.l.m.)
Da CL in direzione Nord-Est per la staz. ferr. di Imera; zolfara dopo circa 4Km sulla sinistra della strada. (chiusa nel 1989)
17) TRABONELLA: ( 500 m.s.l.m. )
Come sopra; all’altezza della località precedente, zolfara sulla destra della strada.
(Chiusa nel 1989)
18) JUNCIO TUMMINELLI: ( 500 m.s.l.m. )
Come sopra; all’altezza della località precedente, zolfara sulla destra della strada.

19) BOSCO: ( 450 m.s.l.m. )
Da CL per Canicatti a S. Cataldo e a Serradifalco, indi in direzione Nord-Est per C.da Bosco. Zolfara situata in corrispondenza del bivio della contrada omonima.
Insieme alle miniere Apofonte, Dracaito e Stincone tutte limitrofe tra di loro facevano parte del gruppo Montecatini.
20) GROTTAROSSA: ( 500 m.s.l.m. )
Da CL a Canicatti indi per SS190 a Delia, dopo 3Km al bivio di q426, deviazione a sinistra per carrareccia in direzione Nord-Est alla zolfara.
21) GIFFERO’: ( 400 m.s.l.m. )
Da CL per Delia; dopo circa 14Km, deviazione a sinistra ( 2km ) alla zolfara.
22) RAMILIA: ( 430 m.s.l.m. )
Come sopra, dopo 18.5 da CL, deviazione a sinistra ( Km 1) alla zolfara.
23) DELIELLA: ( 420 m.s.l.m. )
Da Canicatti stesso itinerario della località 20 con deviazione a destra per C.da Deliella dopo 4Km circa dal bivio di q426, oppure da Delia per strada campestrealla zolfara.
24) FRUSCOLI: ( 400 m.s.l.m. )
Come per località 20, zolfara presso il bivio q426.
25) TRABIA-TALLARITA ( da 120 a 250 m.s.l.m. )
Da Canicatti, SS190 a Sommatino, indi per Riesi; dopo circa 8Km deviazione a sinistra fino a Trabia miniere, centro di importanti miniere.(chiusa nel 1989)
26) MUCULUFA (300 m.s.l.m.)
Da Gela verso Licata sulla SS115, prima di raggiungere Licata svolta a destra nel bivio per Riesi dopo 16,5 Km bivio a sinistra per circa 2Km fino la miniera.
Famosa per le celestine azzurre dette a dente di cane. (chiusa nel 1980).
27) BUBBONIA (500 m.s.l.m.)
Da Piazza Armerina verso Gela sulla 177b, dopo circa 17Km si incontra il bivio Gigliotto, svolta a destra per circa 4Km, dopo bivio a sinistra verso Monte Bubbonia dopo circa 3Km a destra verso Monte della Zolfara fino alla miniera.
Famosa per le celestine mielate arancio.
28) LA GRASTA (500 m.s.l.m.)
Da Sommatino (CL) verso il comune di Delia percorrendo la strada che attraversa il Monte Calvario nel versante nord, dopo circa 6Km a sinistra verso la miniera per circa 300m. Famosa per le celestine su zolfo di un colore bianco brillante e più raramente di un colore azzurro intenso. (chiusa nel 1989)

ZOLFARE DELLA PROVINCIA DI ENNA
30) CAPODARSO: ( 330 m.s.l.m. )
Da EN per CL, prima su SS117 bis sino a stretto di Benesiti indi per SS112 sino a ponte Capodarso, da qui deviazione a destra fino alla zolfara.
31) GIUMENTARO: ( 290 m.s.l.m. )
Da EN per CL, prima su SS117 bis sino a stretto di Benesiti indi per SS112 sino a ponte Capodarso, da qui deviazione a destra fino alla zolfara. La miniera sorge sulla sponda destra del fiume Imera.(chiusa nel 1989)
Famosa per le meravigliose aragoniti verde-azzurre fluorescenti.
32) FLORISTELLA: ( 580 m.s.l.m.)
Da EN SS117 bis per Piazza Armerina, km 7.5 dopo Varco Ramata, bivio a sinistra per Valguarnera Caropepe, dopo 3Km altra deviazione a sinistra per la zolfara. Famosa per le celestine molto allungate e trasparenti.(chiusa nel 1989)
33) GROTTACALDA: ( 650 m.s.l.m. )
Come località precedente; dopo Varco Ramata e prima del bivio per Valguarnera, deviazione a sinistra alla zolfara.
34) BACCARATO: ( 700 m.s.l.m. )
Da EN SS117 bis, 4Km prima di Piazza Armerina, deviazione a sinistra per Aidone (Km 6.7) indi a Baccararo Zolfare.
35) DESTRICELLA ( 450 m.s.l.m.)
Da Catenanuova verso Enna sulla SS192 per circa 19Km, deviazione a sinistra verso Raddusa, dopo circa 3Km, deviazione a sinistra per la miniera Destricella.
Famosa per la presenza di cristalli di hauerite all’interno delle argille che affiorano nelle aree circostanti alla miniera.
36) ZIMBALIO ( 500 m.s.l.m.)
Da Catenanuova verso Enna sulla SS192 per circa 25Km alla stazione Dittaino svolta a destra verso il comune di Nissoria, dopo circa 9Km sulla sinistra carrareccia per Monte Zimbalia dove è situata l’omonima miniera.(chiusa nel 1980). Insieme alle miniere Giangagliano, Tommasina, Donna Carlotta, Olivera e Ogliastrello facevano parte del gruppo Zimbalico.

ZOLFARE DELLA PROVINCIA DI PALERMO
37) COLLE CROCE E COLLE MADORE: ( 500 m.s.l.m. )
Da PA, SS121 a bivio Manganaro Indi SS189 per AG a Lercara Friddi, zolfare ad Est del paese.
38) COLLE SERIO: ( 400 m.s.l.m.)
Come sopra da Lercara Friddi a Lercara Bassa, zolfare a Nord-Ovest della stazione ferroviaria.

Geologo Alfio Calabrò

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03Feb

AMBRA NEL PASSATO MITO E LEGGENDA

3 Febbraio 2017 Alfio Calabrò Articoli

L’AMBRA NEL PASSATO MITO E LEGGENDA
I poeti greci, dotati di brillante fantasia, asserirono che l’ambra era formata dalle lacrime delle sorelle di Fetonte che, inconsolabili dalla fatale sciagura che colpì il fratello, furono trasformate in pioppi posti lungo le sponde del Po’ dove le loro lacrime scendevano sotto forma di resina.
In effetti i primi ritrovamenti d’ambra da parte dei Greci furono effettuati nella pianura padana, in vicinanza dei colli Euganei.
L’illustre Plinio asseriva che l’ambra era una resina del pino, indurita dalla freschezza dell’autunno.
Tacito, che ha descritto l’ambra proveniente dall’Europa settentrionale, la credette un https://naturheilpraxis-hauri.ch/ sugo spremuto dai raggi del sole e colorato dal mare.
Quindici secoli dopo Agricola, dotto naturalista di Misnia, descrisse l’ambra come un bitume liquido indotto in mare ed ivi addensato.
Federico Offmanno esaminando i luoghi dove essa si trovava in Germania, suppose fosse un olio leggero separato dal legno bituminoso.
Il primo studio scientifico sulla natura dell’ambra è dovuto all’abate Francesco Ferrara, professore primario di fisica nella regia Università di Sicilia in Catania, che nel 1805 pubblicò le memorie sopra l’ambra siciliana.
Studiando circa 80 pezzi d’ambra raccolti in tutta la Sicilia ( foce del Simeto, Centuripe, Petralie, Nicosia, Ragusa, Licata, Agrigento ) definì alcune caratteristiche fisiche fra le quali: il suo peso specifico compreso fra 1,065-1,100; la sua durezza era tale da non essere scalfita dalle unghia ma cede alla lima; la struttura era compatta e vetrosa con rottura concoide liscia e nitida; strofinata fra le dita, spandeva un odore assai piacevole e manifesta un elettricità capace di attrarre piccoli corpi posti vicini.
L’abate ipotizzò che l’origine dell’ambra fosse organica, probabilmente dovuta alla resina di alberi di conifere.
Inoltre i corpi di piccoli insetti contenuti all’interno, indicano che l’ambra era allo stato liquido.
I pezzi d’ambra per lo più furono ritrovati sotto strati argillosi e bituminosi. Il Ferrara ipotizzò che i frammenti ritrovati furono sepolti dal mare, che li ammassò sotto questi detriti prima di lasciare quei luoghi.

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09Set

L’INTERESSE DEGLI SCRITTORI ALLA VITA DEGLI ZOLFATARI

9 Settembre 2015 Alfio Calabrò Articoli

Il duro lavoro dei minatori ha suscitato l’attenzione dei più famosi scrittori siciliani.
Così Luigi Pirandello, forse perché era di Girgenti, forse perché il padre gestiva una zolfara, visse lo zolfo e gli zolfatari, ne percorse tutta la dimensione che poi rifluirà nella forma delle sue rappresentazioni. Egli sapeva che l’agiatezza in cui visse da giovane e la successiva situazione di disagio avevano relazione con lo zolfo, quindi ne conosceva il valore economico con tutte le implicanze che la merce deteneva.
Il suo romanzo I vecchi e i giovani viveva all’insegna dello zolfo. Girgenti e Roma, produzione dello zolfo e politica generale, risultavano strettamente collegate e la trama dei fatti trovava ragione proprio nello zolfo; il Salvo proprietario di zolfare che mandava a Roma il deputato Capolino, il suicidio di un ministro, l’omicidio dell’ingegnere minerario Costa, ucciso dai minatori delle zolfara di Aragona in rivolta.
Quindi, Pirandello seguiva la vicenda dello zolfo come merce, a cui gli uomini si chinavano con una sorta di devozione; per cui non si meravigliava quando i drammi della zolfara finivano nel tumulto degli zolfatari, nel sangue e nell’incendio.
Nella novella Il fumo, Pirandello tracciava, per bocca del personaggio Mattia Scala, una sorta di fenomenologia negativa della zolfara, poiché vedeva lo sconvolgimento ambientale che questa provocava. Descriveva, infatti, il momento della fusione, quando le campagne sarebbero state bruciate dal fumo, che diverrà l’elemento determinante, mezzo di distruzione e strumento di vendetta.
Nella novella Ciaula scopre la luna descriveva lo sfruttamento dei carusi.
Ciaula era talmente abituato alle fatiche della miniera che stava bene soltanto sottoterra, dove conviveva con le tenebre delle profonde caverne e non aveva paura. Egli, invece, si smarriva tra le cose del mondo quando il buio tiepido le copriva. E una notte che fu costretto a lavorare, mentre col suo carico saliva gli ultimi scalini vide una luce nuova, che veniva dall’alto ad illuminare la terra, scoprì la luna, se ne sentì commosso e all’improvviso non ebbe più paura della notte.
La novella potrebbe sembrare il concretizzarsi di quell’ansia di giustizia sociale, che cominciava a rischiarare le menti della povera gente e a far loro intravedere condizioni di vita più facili.
Della triste vita dei carusi si occupò anche Giovanni Verga, nella novella Rosso Malpelo, in cui il protagonista era un ragazzo siciliano che non aveva mai conosciuto la gioia di una vita serena né le bellezze della natura, ma solo il duro lavoro nel profondo di una miniera. Il Verga trattò con grande arte il dramma di questa figura umanissima, illustrandone il mondo interiore e mettendo in risalto il miscuglio di cattiveria e di bontà, da cui scaturiva la grandezza di Malpelo; egli si mostrava nello stesso tempo caparbio e coraggioso: la caparbietà stava nell’accettazione della vita e della morte, nel ripudio di ogni affetto, nell’odio verso gli uomini, che avevano portato alla morte del padre in miniera; il suo eroismo stava in quella devozione al mestiere, che era la condanna e nello stesso tempo la lotta alla sopravvivenza dei poveri zolfatari.
Comunque, a differenza di Pirandello che si poteva definire scrittore dello zolfo, in quanto lo zolfo fu alla base della sua vita e della sua esperienza culturale, Verga era scrittore della terra in quanto mirava a descrivere più il sentimento della Sicilia o meglio il sentimento del mondo espresso attraverso la Sicilia.
Anche Leonardo Sciascia fu definito scrittore di zolfo; nacque, infatti, a Racalmuto paese di zolfo e visse respirando l’aria sulfurea, guardando i campi intorno resi sterili, per sempre, dallo zolfo. Suo nonno era stato un caruso, entrato in miniera all’età di nove anni e rimasto fino alla fine dei suoi giorni.
In un libretto di poesie intitolato La Sicilia, il suo cuore, egli non parla dello zolfo, ma parla “dallo” zolfo e cioè dei luoghi di morte, di silenzio, di violenze oscure dove la speranza era lontana come il mare e dove la Sicilia ascoltava il suo cuore.
Un altro scrittore che sentì profondamente la vita e la condizione dello zolfataro fu Alessio Di Giovanni, che era di Valplatani, un posto di feudo e di zolfo. Infatti, nella sua visione si spiega l’unità dell’operaio con il contadino che lascia i campi perché la zolfara offriva il lavoro e il guadagno che la terra negava. Egli si propose di rappresentare la vicenda umana della zolfara in un poema ‘Nfernu veru , di cui restano gruppi di sonetti sparsi per riviste e qualcuno inedito. A lui appartiene anche il dramma Gabrieli lu carusu, che vuole essere attraverso la vicenda di Gabriele, la rappresentazione del modo di vivere e di sentire degli uomini della zolfara, dove il destino era sentito come cieca forza a cui rassegnarsi.
Ignazio Buttitta da una miniera occupata, negli anni ’50, si rivolgeva con voce accorata alle madri scongiurandole di non mandare i figli alla zolfara, di farsi pane per sfamarli, di desiderare loro la morte e piangerli in casa piuttosto che seppelliti sotto qualche masso. Tale sorte era toccata ad un carusu di 17 anni, Michele Felice di Lercara, alla cui famiglia il proprietario della miniera, quel signor Ferrara inteso Nerone di cui parla Carlo Levi in Le parole sono pietre, aveva consegnato una busta paga decurtata di una parte di salario per la giornata che il giovane non aveva potuto finire:
Matri,
chi mannati li figghi a la surfara,
iu vi dumannu
pirchì a li vostri figghi
ci faciti l’occhi
si nun ponnu vidiri lu jornu?
pirchì ci faciti li pedi
si camminanu a grancicuni?

Nun li mannati a la surfara;
si pani un nn’aviti,
scippativi na minna,
un pezzu di mascidda pi sazialli.

Disiddiraticci la morti cchiuttostu;
megghiu un mortu mmenzu la casa,
stinnicchiatu supra un linzolu arripizzatu,
ca lu putiti chianciri e staricci vicinu.

Megghiu un mortu cunzatu
supra un lettu puvireddu
di la vostra casa
cu la genti chi veni a vidillu
e si leva la coppula
mentri trasi.

Megghiu un mortu dintra
ca vrudicatu sutta la surfara
cu vuàtri supra dda terra a chianciri
a raspari cu l’ugna
a mangiarivi li petri
a sintiri lu lamentu
e nun putirici
livari di ncoddu
li petri chi lu scafazzanu.

Facitili di surfaru li figghi!

Per quanto riguarda i canti delle zolfare di Sicilia assai poco oggi è rimasto. Solo alla memoria degli anziani zolfatari si affidano ormai gli ultimi frammenti. Ma a coloro che conobbero la miniera risulta a volte doloroso ricomporre il mosaico del loro passato. “ Ch’avianu a cantari ddà intra? Ca si scinnia cu lu cori tantu! A la pirrera nun si cantava. Si bastimmiava! “.
Per gli zolfatari il desiderio della dimenticanza ha prevalso. Malgrado si tenda ad attestare il contrario, vi sono chiare testimonianze del fatto che anche presso le zolfare gli uomini cantavano.
Sebbene le modalità del lavoro in miniera non offrissero di norma occasioni al canto, gli zolfatari possedevano un proprio repertorio, per lo più destinato alle pause lavorative o eseguito in altre occasioni con funzione di intrattenimento.
Il canto era di tipo monodico, spesso rimandava ad arcaiche modalità. I testi, le melodie, erano prossimi a quelli dei contadini e dei carrettieri, al cui ambito socio-economico e culturale gli zolfatari appartenevano.
Alberto Favara raccolse nel suo Corpus di musiche popolari siciliane un significativo numero di canti delle zolfare.
Importante fu anche la raccolta di Giovanni Petix con il titolo Memorie e tradizioni di Montedoro in due volumi. Nel secondo volume è inserita una sezione dedicata ai canti. Essa comprende 39 Canti della zolfara. La raccolta possiede un valore documentario non trascurabile, in cui si avverte il peso di una conoscenza diretta della realtà locale, a cui egli si accosta con puntuale attenzione. Se ne riportano alcuni canti:
1
Poviri surfarara svinturati
comu lu jùarnu notti lu faciti
Sempri sutta lu priculu ci stati
e pallita la facci vi faciti!
Cu du liri mischini chi vuscati
subitu a la taverna vi ‘ni iti.
E quannu a ‘mbriacàrivi arrivati
di passari Baruna vi criditi.

2
Oh! chi l’haiu valenti sti carusi
pi curriri pi via di lu paisi!
A la pirrera su tutti lagnusi
ca nun su digni mai di fari spisi!
La duminica su tutti murritusi
sempri grana a li tagli vonnu misi;
quannu su ranni po’ – chisti vavusi
mità vannu ‘n galera e mità ‘mpisi!

3
Surdatu mi nni vaiu e birsaglieri
lu zainu lu sacciu abbardillari
surdatu mi nni vaiu vulintieri
e basta ca nun vaiu a carriari!

4
‘Ni sta pirrera ci sunnu tri dotti:
lu Principali ca cumanna a tutti
lu Capumastru si para li botti
e ( tali di tali ) è chiu mfami di tutti!

5
Mamma, nun mi mannati a la pirrera
ca notti e jùarnu mi pigliu tirrura!
A malappena scinnu a la pirrera
s’apri la terra e cadinu li mura!
L’arma mi scunchi e lu cori dispera
quannu è ca trasu nni dda cava scura!

6
Chistu viaggiu è di la Madonna
lu Capumastru sutta la culonna
Lu Capumastru cumanna li genti
e cci fa vidiri lu suli davanti
Lu Capumastru cu la regula ‘mmanu
nni vò passari lu surfaru menu

7
Lu Siccu si la fici ‘na filata
tutta di pìazzi e murata di crita
‘ntra un misi ni niscìu ‘na rigulata
n’ priculu d’appizzarici la vita
Si camina accussì tutta l’annata
pi lu Rusariu un cileccu di sita!
Prof.ssa Ermelinda Ciaurella
Geol. Alfio Calabrò

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28Giu

SCIOPERI E AGITAZIONI SINDACALI NELLE MINIERE DI ZOLFO IN SICILIA (TERZA PARTE)

28 Giugno 2015 Alfio Calabrò Articoli

Negli anni ’50, il salario contrattuale dei minatori andava da un minimo di £.1300 per l’operaio comune ad un massimo di £.1540 per l’operaio specializzato in provincia di Agrigento, da £.1263 a £.1504 in provincia di Enna, da £.1247 a £.1495 in provincia di Caltanissetta. Certamente si trattava di un salario più elevato delle altre categorie, dal quale, però, venivano fatte parecchie detrazioni. Innanzitutto, andava detratta la spesa giornaliera per il trasporto dal paese alla miniera e viceversa. Considerata la notevole distanza dal centro abitato al luogo di lavoro, tale spesa raggiungeva in alcuni casi, come alla miniera Cozzo Disi di Casteltermini, il 10-15% del salario giornaliero; in generale, invece, incideva del 7-10%.
Il salario mensile convenzionale si otteneva moltiplicando la paga giornaliera per 25 giornate di lavoro. Ma la quasi totalità dei minatori effettuava mediamente 20-22 giornate lavorative e il salario effettivo si aggirava sulle 20-25 mila lire mensili. Su questa cifra un’altra sottrazione era rappresentata dal costo degli scioperi, che nelle zolfare non avvenivano solo per la conquista di determinate rivendicazioni, ma anche per mancato pagamento di salari.
Da tutto ciò si possono immaginare le condizioni di vita e di salute che erano possibili con un tale salario.
Un altro motivo che portava gli zolfatari a scioperare era quello della sicurezza sui posti di lavoro. Infatti, la pericolosità dell’ambiente di lavoro spesso produceva dei gravi infortuni e in alcuni casi anche la morte, infatti l’esplosione del grisou ( miscela di aria e metano ) era molto frequente, perché gli operai erano muniti di acetilene a fiamma libera per l’illuminazione delle gallerie durante le fasi di escavazione.
Nel 1948 si ebbero 2 infortuni al giorno che salirono a 4 nel 1949, a 7 nell’anno successivo, a 8 nel ’50, a 11 nel 1952, a 13 nel 1953. In questi cinque anni si erano avuti più di 20.000 infortuni e oltre 150 morti.
A causa dell’aumento pauroso degli infortuni, il governo regionale siciliano, accogliendo la richiesta dei lavoratori, approvò la legge di polizia mineraria che istituì, per la prima volta in Italia, i delegati alla sicurezza delle miniere, eletti democraticamente dai lavoratori.
Progressi notevoli, invece, erano stati fatti nel campo della lotta alle malattie professionali dei minatori. L’anchilostomiasi era stata debellata, ma, molto frequente, era l’anemia tipica dello zolfataro ( volto olivastro ), dovuta ad azione di contagio in conseguenza delle condizioni igieniche molto precarie.
Infatti, il minatore non indossava una tuta fornita dall’amministrazione dell’azienda, ma portava le scarpe ed i vestiti più logori e vecchi, perché l’indennità per vestiario e scarpe, prevista dal contratto, era una cifra così esigua che giustificava questa condizione.
Nel giugno del 1952 si tenne, a Caltanissetta, un Convegno regionale sugli infortuni e sulla protezione sociale nelle miniere.
Il Convegno rilevò: il crescente numero degli infortuni, l’impossibilità di una pronta assistenza infortunistica e sanitaria dei lavoratori, determinata dalla inadeguata attrezzatura sanitaria delle miniere, l’insufficienza degli alloggi, delle strade di comunicazione e delle vie di accesso alla miniera, i ritardi e l’eccessivo fiscalismo con cui venivano pagate ai lavoratori le prestazioni previdenziali, e, si rivolse ai datori di lavoro e all’Ente Zolfi Italiani affinché si occupassero delle esigenze dei lavoratori delle miniere e all’Ispettorato del Lavoro e al Distretto minerario affinché vigilassero in maniera più decisa per ottenere dai concessionari l’esecuzione delle leggi vigenti.
Nettamente positive furono le conquiste sociali dei lavoratori nel campo della legislazione mineraria siciliana.
Infatti, dal 1950 fino al 1964, in tutte le miniere della Sicilia gli operai scioperarono per la riforma della legislazione mineraria e per le questioni salariali.
Nel settembre 1954, i delegati delle Organizzazioni dei lavoratori delle zolfare siciliane aderenti alla C.G.I.L. hanno tenuto, a Grotte, un convegno per esaminare e definire la posizione dei minatori siciliani in relazione ai problemi dell’industria zolfifera e alle condizioni dei suoi lavoratori.
Le discussioni del Convegno sono approdate in una “Carta di rivendicazione del minatore siciliano” che conteneva alcuni provvedimenti da adottare, per l’industria e per le parti sociali, da parte del Governo regionale.
Ma la mancata risposta da parte di quest’ultimo alle richieste avanzate, fece decidere ai lavoratori di attuare un’occupazione simbolica per 24 ore di tutte le miniere di zolfo della Sicilia.
Negli anni seguenti furono registrati scioperi e agitazioni sindacali per il pagamento di salari arretrati, fino a quando, nel 1958, si giunse alla liquidazione dei salari arretrati nella quasi totalità delle imprese minerarie. Tale liquidazione ha giovato ad eliminare gran parte delle agitazioni di carattere locale per la mancata corresponsione dei salari.
Ma a funestare le vittorie di quell’anno, fu la catastrofe della miniera di Gessolungo ( Caltanissetta ), nella quale morirono 14 lavoratori e 64 rimasero feriti, avvenuta, il 14 febbraio, per l’accensione ed esplosione di particelle di zolfo accumulatesi in una galleria in seguito al brillamento di una mina.
Il Governo nazionale intervenne immediatamente, adottando le opportune misure e mettendo a disposizione del governo regionale tecnici e mezzi. Ai familiari delle vittime e ai feriti furono liquidate le rendite Inail, precisamente 425 mila lire alle famiglie degli operai deceduti e 60 mila lire a ciascuno dei feriti.
Questa sciagura riproponeva, tragicamente, il problema delle condizioni di lavoro nelle miniere siciliane. Le organizzazioni sindacali chiedevano una più rigida applicazione delle leggi sulla sicurezza del lavoro che miglioreranno sensibilmente con l’elaborazione delle norme di attuazione della legge regionale del 1956.
A partire dagli anni ’60, le agitazioni sindacali e i connessi scioperi nelle miniere si presentavano sotto un duplice aspetto: rivendicazioni di carattere sindacale tradizionale ( pagamenti di arretrati, miglioramenti economici, stipulazione di contratti integrativi ) ed iniziative per l’attuazione delle provvidenze legislative regionali per la tutela e la riorganizzazione dell’industria mineraria dell’isola.
A questo tipo di agitazioni se ne aggiunse, nel 1964, uno nuovo, quello riguardante l’incidenza, sulla situazione degli operai, dell’entrata in funzione dell’Ente Minerario Siciliano.
L’Ente, infatti, avrebbe dovuto affrontare il problema del mantenimento del personale nelle miniere assorbite da esso, sia di sali potassici che di zolfi.
In relazione a tale problema si erano adottate, in alcune miniere di zolfo, delle misure di riduzione del personale ed in altre dei preannunci di chiusura. Alla fine di ottobre, poi, si era diffusa la voce che gli organi amministrativi dell’Ente avrebbero avuto in corso di elaborazione un piano di ridimensionamento delle miniere di zolfo assorbite, ed in particolare della Gessolungo, della Juncio Tumminelli e della Saponaro, di Caltanissetta, e di quelle del bacino di Aragona, con la riduzione a metà del personale, per una cifra di 3.000 lavoratori.
A questa notizia le organizzazioni sindacali dei lavoratori intervenivano protestando presso le Autorità regionali, accompagnando la protesta anche con occupazioni di miniere e preannunci di scioperi provinciali e regionali.
In particolare, le organizzazioni dei lavoratori chiedevano un programma d’iniziative da parte dell’Ente per il reimpiego della manodopera, distolta dalle zolfare da smobilitare, nei settori del salgemma, degli idrocarburi, e negli stabilimenti industriali da crearsi dall’Ente, subordinando i licenziamenti a tale reimpiego.
Nel 1964, in virtù del suddetto piano di ristrutturazione, anche le zolfare Emma, San Pietro, Manda Principe e Taccia ( del bacino Grotte-Aragona ) vennero smobilitate. Gli operai più giovani furono assegnati ai corsi di qualificazione ( a Caltanissetta e ad Enna ), mentre gli anziani ottennero il trasferimento alla miniera Ciavalotta prima e dopo alla Lucia ( bacino di Favara ), poiché in esse esistevano obiettive esigenze di un approfondimento del pozzo, in modo da portarlo da 60 a 150 metri di profondità.
Quindi, l’istituzione dell’EMS, invece che rafforzare il programma di riorganizzazione dell’industria zolfifera, ne accelerò il processo di smobilitazione.
Il governo regionale prese, allora, impegni formali che furono concretizzati con l’approvazione della legge n. 42, del 1975, che prevedeva il ridimensionamento del settore zolfifero. In virtù di questa legge, chiuse le miniere del bacino aragonese, gli operai di età superiore ai cinquant’anni furono messi in prepensionamento, mentre i più giovani rimasero in forza alla Ciavalotta e alla Lucia.
Negli anni seguenti tutto fu fatto perché all’industria zolfifera siciliana fosse aperta la strada dell’avvenire. Questa battaglia fu sostenuta dalle migliori forze disponibili della società siciliana: scienziati, tecnici, politici, legislatori, oltre che dagli operai e dalle popolazioni dei centri zolfiferi interessati nel Nisseno, nell’Agrigentino, nell’Ennese.
Ma quella battaglia non ha dato i risultati previsti, in quanto, col passare degli anni, avvenne la chiusura definitiva di tutte le miniere, che, comunque, non ha dato luogo ad una catastrofe sociale. Gli operai hanno perduto il posto di lavoro, ma non ne sono rimasti vittime, perché hanno avuto modo, grazie ai provvedimenti sociali richiesti per tanti anni e ottenuti, di percepire un reddito previdenziale per vivere.
Prof.ssa Ermelinda Ciaurella
Geologo Alfio Calabrò

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21Giu

SCIOPERI E AGITAZIONI SINDACALI NELLE MINIERE DI ZOLFO IN SICILIA (SECONDA PARTE)

21 Giugno 2015 Alfio Calabrò Articoli

Il governo, sotto l’incalzare delle nuove agitazioni, nel luglio del 1904, procedeva alla costituzione del “Sindacato obbligatorio siciliano di mutua Assicurazione per gli infortuni sul lavoro nell’industria dello zolfo”, approvandone lo statuto.
Due anni dopo, in occasione della legge sul Consorzio obbligatorio, veniva istituito un fondo speciale, costituito mediante un prelevamento di 50 centesimi per ogni tonnellata di zolfo venduto, da distribuire sotto forma di sussidi a favore di operai invalidi o vecchi.
Infine, nel 1907, furono dettate speciali disposizioni per la liquidazione degli infortuni nelle zolfare, in esecuzione della legge del 1904.
Questi ultimi, furono anni di alta conflittualità, anche se, i risultati più favorevoli si erano avuti per gli scioperanti aderenti a leghe che, a loro volta, rappresentavano quasi la metà del totale. Essi avevano sperimentato la maggiore efficacia delle rivendicazioni che non si limitassero ai soli aumenti salariali, ma avevano scoperto il valore dell’associazione ed erano riusciti ad esprimere, dalle loro file, figure di dirigenti come il picconiere Denaro, il presidente della lega degli zolfatari di Caltanissetta, che ebbe una parte di primo piano negli scioperi del 1903.
Il diffondersi dell’associazionismo di categoria all’inizio del secolo non ebbe negli anni seguenti un ulteriore consolidamento. Infatti, le leghe erano organismi precari, isolate tra di loro, che risentivano di un contesto povero di strutture associative. Nel 1906, in occasione del Congresso socialista siciliano tenuto a Caltanissetta, si proclamò la costituzione di una federazione di zolfatari che non ebbe successo. All’inizio del 1909 si costituì una federazione con sede a Favara, che un anno dopo veniva data per inattiva. Nel 1913, al Congresso delle leghe zolfifere, dopo un’ampia discussione sui provvedimenti legislativi di tutela del lavoro minerario, si giunse, quasi in sordina, alla fondazione di una federazione.
Nell’insieme, in questi tentativi si scontava una sorta di incapacità del movimento economico degli zolfatari a diventare un vero e proprio movimento sindacale. Il risvolto negativo di tutto questo era che la combattività non era pienamente valorizzata e non si traduceva in una corrispondente forza contrattuale.
Nel periodo bellico vi fu una drastica riduzione della produzione e, a causa della chiamata alle armi, le agitazioni nelle miniere cessarono.
Ma, negli anni 1919-20, riprese l’offensiva operaia per il recupero dei salari erosi dall’inflazione.
I minatori volevano equiparato il salario all’aumento dei generi di prima necessità e dello stesso prezzo dello zolfo; gli esercenti, invece, lamentavano il gonfiarsi dei costi di produzione. L’inconciliabilità delle due posizioni portò molti, nel mondo politico ma anche in quello industriale, a porsi il problema, per la prima volta, di colpire la rendita come fattore di riequilibrio dei costi, in modo da aprire spazio agli aumenti salariali.
L’agitazione operaia chiedeva, inoltre, la libera disponibilità per i lavoratori di una parte dell’estaglio. A questo punto, veniva presentato un progetto di legge che prevedeva la demanializzazione del sottosuolo, previo rimborso ai proprietari, in modo che lo zolfo rimaneva una risorsa esclusivamente siciliana. Nell’ottobre del 1920 gli stessi zolfatari bloccavano nelle miniere il minerale destinato all’estaglio ed infine, la mediazione del prefetto di Caltanissetta stabilì la concessione ai lavoratori di una frazione della rendita.
La situazione cambiò tra la fine del 1921 e l’inizio del 1922. A partire dal dopoguerra, il Consorzio aveva giocato al rialzo dei prezzi, in modo da sostenere tutti i redditi zolfiferi, cercando, ancora una volta, la mediazione tra le parti sociali in conflitto. Al variare della congiuntura l’istituto non ebbe quindi il coraggio di ribassare i prezzi.
Fino ad allora lo zolfo siciliano era rimasto al riparo della concorrenza, per effetto della guerra e, dopo, per il livello proibitivo dei noli marittimi, ma quando, tra la fine del ’21 e l’inizio del ’22, i noli ribassarono improvvisamente ad un quinto, lo zolfo americano invase i mercati europei.
L’intera produzione siciliana rimase invenduta e il Consorzio, abbandonato dagli enti finanziatori ( Banco di Sicilia e Banca mineraria ), sospese le anticipazioni.
Questa volta furono gli esercenti ad agitarsi massicciamente. Una serrata di diversi mesi volle rappresentare una decisa pressione per richiedere un intervento di salvataggio governativo, operazione durante la quale, ancora una volta, le organizzazioni operaie svolsero una funzione di sostegno alle richieste padronali.
L’agitazione ottenne un intervento legislativo nel gennaio 1923. Tra le varie provvidenze, lo Stato garantiva lo smaltimento, a prezzi vantaggiosi, dello zolfo e si impegnava nel finanziamento del Consorzio, ma a pagare sarebbe stata la futura produzione.
Il regime fascista, puntò sulla proprietà fondiaria come asse forte delle classi dirigenti nell’isola e, quindi, come proprio naturale interlocutore.
Eliminata l’influenza politica degli zolfatari, nel luglio 1927, fu approvata una legge che aboliva la proprietà privata del sottosuolo, sottoponendo l’apertura delle nuove zolfare al rilascio di una concessione statale. Questa riforma, lungamente attesa ed invocata non dette gli immediati risultati sperati, specie perché non eliminò gli estagli che, inseriti in contratti retrodatati, in modo da sfuggire agli effetti della legge, continuarono ad esistere.
In questo periodo fino alla seconda guerra mondiale, le agitazioni sindacali si ridussero drasticamente, dato che il regime limitava la libertà d’azione della classe operaia.
Nonostante ciò, in quegli anni, furono approvate dal governo diverse leggi per agevolare il miglioramento delle condizioni igieniche e sociali degli operai addetti alle miniere di zolfo, con la costituzione di enti di previdenza sugli infortuni come l’I.N.A.I.L, l’istituzione di casse pensionistiche e la costruzione di alloggi popolari riservati ai minatori.
Nel 1945, la caratteristica fondamentale dell’industria zolfifera era costituita dalla sua arretratezza tecnica ed economica, dalla sua incapacità strutturale di produrre a costi competitivi di mercato.
Allora, la situazione delle miniere era molto precaria per i danni subiti in conseguenza della guerra. Molte di esse erano allagate ed ancora inattive. Le tariffe salariali dei lavoratori, non ancora rivalutate, non consentivano neanche di comprare un chilo di pane al giorno.
Verso la fine del 1944, l’organizzazione dei minatori siciliani diede vita alla Federazione regionale degli zolfatari che si differenziò, in tutte le località, dalle altre organizzazioni locali.
Si trattava di una organizzazione regionale centralizzata che riuscì, per un certo tempo, ad assolvere molto bene il compito di dare sviluppo al primo e vero grande movimento sindacale minerario siciliano. I minatori in ogni centro zolfifero aprirono le loro sedi, che chiamarono leghe, aderenti alla federazione regionale e ne accettarono le direttive, pagando le quote sindacali in modo plebiscitario ( una giornata di lavoro all’anno ) e portando avanti una serie di scioperi regionali, i quali ebbero la funzione di spezzare i particolarismi ambientali esistenti da miniera a miniera. Nasceva così un poderoso esercito operaio, armato di una coscienza nuova e moderna, che muoveva all’attacco dei retaggi feudali sia nelle miniere che nelle stesse abitudini degli uomini.
In realtà, dal 1946 in poi, i minatori siciliani non hanno fatto altro che lottare per il pagamento dei salari, per il rispetto del contratto di lavoro, per l’applicazione in Sicilia degli accordi nazionali, per lo sviluppo e il progresso delle attività minerarie isolane. E a questa lotta venivano chiamate categorie sempre più larghe di cittadini. In prima linea le donne dei minatori che, rompendo antiche tradizioni feudali che volevano la donna lontana dagli affari pubblici e dalle lotte sociali, erano sempre presenti nei momenti drammatici e decisivi. Quando gli uomini occupavano le miniere, esse organizzavano il vettovagliamento e stavano lì davanti alle gallerie ad attendere notizie dei loro cari, a tenere vivo il motivo della lotta, ad organizzare la solidarietà umana e politica, a richiamare le stesse forze dell’ordine a non considerare l’azione dei loro uomini in termini, semplicemente, polizieschi.
Durante gli scioperi e le manifestazioni di protesta, le stesse donne vi partecipavano attivamente coi loro bambini e andavano spesso in delegazione dalle autorità civili ed ecclesiastiche. Infatti negli scioperi, nelle occupazioni di miniere, i parroci simpatizzavano coi lavoratori e si mettevano contro gli industriali e contro i governanti che non provvedevano alle loro richieste.
Gli industriali zolfiferi siciliani, da parte loro, credevano di poter contestare ai lavoratori il diritto di godere del trattamento salariale stipulato, sul piano nazionale, dalle organizzazioni di categoria. Secondo loro, i minatori siciliani avrebbero dovuto percepire un salario regionale, che in ogni caso doveva essere sempre inferiore a quello nazionale di categoria. In tal modo, gli industriali volevano contenere e comprimere il fattore salariale che, tra i costi di produzione, era quello preminente e soprattutto più dinamico.
Da qui l’asprezza, la frequenza e la gravità delle lotte operaie nelle miniere di zolfo. Tra il 1945 e il 1955 non passò anno nel quale i lavoratori non fossero costretti a proclamare uno sciopero regionale al fine di ottenere l’applicazione del contratto di categoria. Generalmente si trattava di scioperi che duravano dai quindici ai trenta giorni, qualche sciopero più lungo si protrasse anche oltre i sessanta giorni.
La resistenza operaia fu molto tenace contro la smobilitazione delle miniere e per l’incremento della produzione. Le rivendicazioni più importanti, infatti, hanno avuto per obiettivo gli aumenti salariali, l’adeguamento del fondo pensioni, la maggiore sicurezza nel lavoro, per cui si arrivò, a volte, allo scioglimento ad oltranza ed all’occupazione delle miniere.
La prima occupazione, nell’ambito dell’intero bacino minerario, avvenne alla miniere “Emma“ di Aragona, negli anni ’50, minacciata dal pericolo mortale della smobilitazione. L’occupazione dei 400 operai che vi lavoravano durò circa un mese ed ebbe come obiettivo prioritario la regionalizzazione del settore zolfifero, per sottrarlo alla gestione privata dei gabelloti Graceffa e Vullo e il pagamento dei salari arretrati.
L’Assemblea regionale, rendendosi conto di questa drammatica situazione, aveva approvato una legge con la quale, alla miniera Emma, veniva concesso un mutuo di 70 milioni per il pagamento dei salari arretrati.
Con questa legge una parte delle necessità dei lavoratori di Aragona venivano accolte, ma rimaneva il problema della smobilitazione, che fu affrontato in un Convegno, tenutosi nell’aprile del 1951, al quale parteciparono parlamentari, uomini politici, tecnici di tutte le tendenze. La soluzione si trovò nelle relazione tecnico-amministrativa presentata dall’ing. Lorenzo La Rocca.
La relazione metteva in evidenza alcuni elementi fondamentali, come il fatto che con i recenti aumenti del prezzo dello zolfo, restando ferma la produzione, i 400 operai rendevano in misura tale da consentire il pagamento dei salari al 100% e coprire tutte le altre spese necessarie. Ma il bilancio attivo della miniera era possibile a condizione che non veniva più effettuata la trattenuta del 16% per il pagamento dei debiti dei gabelloti e venivano ridotte le spese di amministrazione. Senza questi due provvedimenti, invece, la miniera doveva chiudere e per evitare questo, fu eletta, dal convegno, una commissione unitaria con il compito di assicurare i mezzi e gli strumenti per salvare la miniera dalla chiusura e gli operai dalla disoccupazione.
Naturalmente le conquiste sociali e sindacali dei lavoratori, risentivano delle generali condizioni di ambiente della Sicilia. Persino sul piano sindacale vi era una differenza di trattamento salariale tra l’operaio siciliano e quello continentale. A parità di condizioni di lavoro, l’operaio siciliano percepiva in meno rispetto all’operaio del continente il 15-20% del salario globale.

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