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Minerali GeoArt

28 Giugno 2015

28Giu

SCIOPERI E AGITAZIONI SINDACALI NELLE MINIERE DI ZOLFO IN SICILIA (TERZA PARTE)

28 Giugno 2015 Alfio Calabrò Articoli

Negli anni ’50, il salario contrattuale dei minatori andava da un minimo di £.1300 per l’operaio comune ad un massimo di £.1540 per l’operaio specializzato in provincia di Agrigento, da £.1263 a £.1504 in provincia di Enna, da £.1247 a £.1495 in provincia di Caltanissetta. Certamente si trattava di un salario più elevato delle altre categorie, dal quale, però, venivano fatte parecchie detrazioni. Innanzitutto, andava detratta la spesa giornaliera per il trasporto dal paese alla miniera e viceversa. Considerata la notevole distanza dal centro abitato al luogo di lavoro, tale spesa raggiungeva in alcuni casi, come alla miniera Cozzo Disi di Casteltermini, il 10-15% del salario giornaliero; in generale, invece, incideva del 7-10%.
Il salario mensile convenzionale si otteneva moltiplicando la paga giornaliera per 25 giornate di lavoro. Ma la quasi totalità dei minatori effettuava mediamente 20-22 giornate lavorative e il salario effettivo si aggirava sulle 20-25 mila lire mensili. Su questa cifra un’altra sottrazione era rappresentata dal costo degli scioperi, che nelle zolfare non avvenivano solo per la conquista di determinate rivendicazioni, ma anche per mancato pagamento di salari.
Da tutto ciò si possono immaginare le condizioni di vita e di salute che erano possibili con un tale salario.
Un altro motivo che portava gli zolfatari a scioperare era quello della sicurezza sui posti di lavoro. Infatti, la pericolosità dell’ambiente di lavoro spesso produceva dei gravi infortuni e in alcuni casi anche la morte, infatti l’esplosione del grisou ( miscela di aria e metano ) era molto frequente, perché gli operai erano muniti di acetilene a fiamma libera per l’illuminazione delle gallerie durante le fasi di escavazione.
Nel 1948 si ebbero 2 infortuni al giorno che salirono a 4 nel 1949, a 7 nell’anno successivo, a 8 nel ’50, a 11 nel 1952, a 13 nel 1953. In questi cinque anni si erano avuti più di 20.000 infortuni e oltre 150 morti.
A causa dell’aumento pauroso degli infortuni, il governo regionale siciliano, accogliendo la richiesta dei lavoratori, approvò la legge di polizia mineraria che istituì, per la prima volta in Italia, i delegati alla sicurezza delle miniere, eletti democraticamente dai lavoratori.
Progressi notevoli, invece, erano stati fatti nel campo della lotta alle malattie professionali dei minatori. L’anchilostomiasi era stata debellata, ma, molto frequente, era l’anemia tipica dello zolfataro ( volto olivastro ), dovuta ad azione di contagio in conseguenza delle condizioni igieniche molto precarie.
Infatti, il minatore non indossava una tuta fornita dall’amministrazione dell’azienda, ma portava le scarpe ed i vestiti più logori e vecchi, perché l’indennità per vestiario e scarpe, prevista dal contratto, era una cifra così esigua che giustificava questa condizione.
Nel giugno del 1952 si tenne, a Caltanissetta, un Convegno regionale sugli infortuni e sulla protezione sociale nelle miniere.
Il Convegno rilevò: il crescente numero degli infortuni, l’impossibilità di una pronta assistenza infortunistica e sanitaria dei lavoratori, determinata dalla inadeguata attrezzatura sanitaria delle miniere, l’insufficienza degli alloggi, delle strade di comunicazione e delle vie di accesso alla miniera, i ritardi e l’eccessivo fiscalismo con cui venivano pagate ai lavoratori le prestazioni previdenziali, e, si rivolse ai datori di lavoro e all’Ente Zolfi Italiani affinché si occupassero delle esigenze dei lavoratori delle miniere e all’Ispettorato del Lavoro e al Distretto minerario affinché vigilassero in maniera più decisa per ottenere dai concessionari l’esecuzione delle leggi vigenti.
Nettamente positive furono le conquiste sociali dei lavoratori nel campo della legislazione mineraria siciliana.
Infatti, dal 1950 fino al 1964, in tutte le miniere della Sicilia gli operai scioperarono per la riforma della legislazione mineraria e per le questioni salariali.
Nel settembre 1954, i delegati delle Organizzazioni dei lavoratori delle zolfare siciliane aderenti alla C.G.I.L. hanno tenuto, a Grotte, un convegno per esaminare e definire la posizione dei minatori siciliani in relazione ai problemi dell’industria zolfifera e alle condizioni dei suoi lavoratori.
Le discussioni del Convegno sono approdate in una “Carta di rivendicazione del minatore siciliano” che conteneva alcuni provvedimenti da adottare, per l’industria e per le parti sociali, da parte del Governo regionale.
Ma la mancata risposta da parte di quest’ultimo alle richieste avanzate, fece decidere ai lavoratori di attuare un’occupazione simbolica per 24 ore di tutte le miniere di zolfo della Sicilia.
Negli anni seguenti furono registrati scioperi e agitazioni sindacali per il pagamento di salari arretrati, fino a quando, nel 1958, si giunse alla liquidazione dei salari arretrati nella quasi totalità delle imprese minerarie. Tale liquidazione ha giovato ad eliminare gran parte delle agitazioni di carattere locale per la mancata corresponsione dei salari.
Ma a funestare le vittorie di quell’anno, fu la catastrofe della miniera di Gessolungo ( Caltanissetta ), nella quale morirono 14 lavoratori e 64 rimasero feriti, avvenuta, il 14 febbraio, per l’accensione ed esplosione di particelle di zolfo accumulatesi in una galleria in seguito al brillamento di una mina.
Il Governo nazionale intervenne immediatamente, adottando le opportune misure e mettendo a disposizione del governo regionale tecnici e mezzi. Ai familiari delle vittime e ai feriti furono liquidate le rendite Inail, precisamente 425 mila lire alle famiglie degli operai deceduti e 60 mila lire a ciascuno dei feriti.
Questa sciagura riproponeva, tragicamente, il problema delle condizioni di lavoro nelle miniere siciliane. Le organizzazioni sindacali chiedevano una più rigida applicazione delle leggi sulla sicurezza del lavoro che miglioreranno sensibilmente con l’elaborazione delle norme di attuazione della legge regionale del 1956.
A partire dagli anni ’60, le agitazioni sindacali e i connessi scioperi nelle miniere si presentavano sotto un duplice aspetto: rivendicazioni di carattere sindacale tradizionale ( pagamenti di arretrati, miglioramenti economici, stipulazione di contratti integrativi ) ed iniziative per l’attuazione delle provvidenze legislative regionali per la tutela e la riorganizzazione dell’industria mineraria dell’isola.
A questo tipo di agitazioni se ne aggiunse, nel 1964, uno nuovo, quello riguardante l’incidenza, sulla situazione degli operai, dell’entrata in funzione dell’Ente Minerario Siciliano.
L’Ente, infatti, avrebbe dovuto affrontare il problema del mantenimento del personale nelle miniere assorbite da esso, sia di sali potassici che di zolfi.
In relazione a tale problema si erano adottate, in alcune miniere di zolfo, delle misure di riduzione del personale ed in altre dei preannunci di chiusura. Alla fine di ottobre, poi, si era diffusa la voce che gli organi amministrativi dell’Ente avrebbero avuto in corso di elaborazione un piano di ridimensionamento delle miniere di zolfo assorbite, ed in particolare della Gessolungo, della Juncio Tumminelli e della Saponaro, di Caltanissetta, e di quelle del bacino di Aragona, con la riduzione a metà del personale, per una cifra di 3.000 lavoratori.
A questa notizia le organizzazioni sindacali dei lavoratori intervenivano protestando presso le Autorità regionali, accompagnando la protesta anche con occupazioni di miniere e preannunci di scioperi provinciali e regionali.
In particolare, le organizzazioni dei lavoratori chiedevano un programma d’iniziative da parte dell’Ente per il reimpiego della manodopera, distolta dalle zolfare da smobilitare, nei settori del salgemma, degli idrocarburi, e negli stabilimenti industriali da crearsi dall’Ente, subordinando i licenziamenti a tale reimpiego.
Nel 1964, in virtù del suddetto piano di ristrutturazione, anche le zolfare Emma, San Pietro, Manda Principe e Taccia ( del bacino Grotte-Aragona ) vennero smobilitate. Gli operai più giovani furono assegnati ai corsi di qualificazione ( a Caltanissetta e ad Enna ), mentre gli anziani ottennero il trasferimento alla miniera Ciavalotta prima e dopo alla Lucia ( bacino di Favara ), poiché in esse esistevano obiettive esigenze di un approfondimento del pozzo, in modo da portarlo da 60 a 150 metri di profondità.
Quindi, l’istituzione dell’EMS, invece che rafforzare il programma di riorganizzazione dell’industria zolfifera, ne accelerò il processo di smobilitazione.
Il governo regionale prese, allora, impegni formali che furono concretizzati con l’approvazione della legge n. 42, del 1975, che prevedeva il ridimensionamento del settore zolfifero. In virtù di questa legge, chiuse le miniere del bacino aragonese, gli operai di età superiore ai cinquant’anni furono messi in prepensionamento, mentre i più giovani rimasero in forza alla Ciavalotta e alla Lucia.
Negli anni seguenti tutto fu fatto perché all’industria zolfifera siciliana fosse aperta la strada dell’avvenire. Questa battaglia fu sostenuta dalle migliori forze disponibili della società siciliana: scienziati, tecnici, politici, legislatori, oltre che dagli operai e dalle popolazioni dei centri zolfiferi interessati nel Nisseno, nell’Agrigentino, nell’Ennese.
Ma quella battaglia non ha dato i risultati previsti, in quanto, col passare degli anni, avvenne la chiusura definitiva di tutte le miniere, che, comunque, non ha dato luogo ad una catastrofe sociale. Gli operai hanno perduto il posto di lavoro, ma non ne sono rimasti vittime, perché hanno avuto modo, grazie ai provvedimenti sociali richiesti per tanti anni e ottenuti, di percepire un reddito previdenziale per vivere.
Prof.ssa Ermelinda Ciaurella
Geologo Alfio Calabrò

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21Giu

SCIOPERI E AGITAZIONI SINDACALI NELLE MINIERE DI ZOLFO IN SICILIA (SECONDA PARTE)

21 Giugno 2015 Alfio Calabrò Articoli

Il governo, sotto l’incalzare delle nuove agitazioni, nel luglio del 1904, procedeva alla costituzione del “Sindacato obbligatorio siciliano di mutua Assicurazione per gli infortuni sul lavoro nell’industria dello zolfo”, approvandone lo statuto.
Due anni dopo, in occasione della legge sul Consorzio obbligatorio, veniva istituito un fondo speciale, costituito mediante un prelevamento di 50 centesimi per ogni tonnellata di zolfo venduto, da distribuire sotto forma di sussidi a favore di operai invalidi o vecchi.
Infine, nel 1907, furono dettate speciali disposizioni per la liquidazione degli infortuni nelle zolfare, in esecuzione della legge del 1904.
Questi ultimi, furono anni di alta conflittualità, anche se, i risultati più favorevoli si erano avuti per gli scioperanti aderenti a leghe che, a loro volta, rappresentavano quasi la metà del totale. Essi avevano sperimentato la maggiore efficacia delle rivendicazioni che non si limitassero ai soli aumenti salariali, ma avevano scoperto il valore dell’associazione ed erano riusciti ad esprimere, dalle loro file, figure di dirigenti come il picconiere Denaro, il presidente della lega degli zolfatari di Caltanissetta, che ebbe una parte di primo piano negli scioperi del 1903.
Il diffondersi dell’associazionismo di categoria all’inizio del secolo non ebbe negli anni seguenti un ulteriore consolidamento. Infatti, le leghe erano organismi precari, isolate tra di loro, che risentivano di un contesto povero di strutture associative. Nel 1906, in occasione del Congresso socialista siciliano tenuto a Caltanissetta, si proclamò la costituzione di una federazione di zolfatari che non ebbe successo. All’inizio del 1909 si costituì una federazione con sede a Favara, che un anno dopo veniva data per inattiva. Nel 1913, al Congresso delle leghe zolfifere, dopo un’ampia discussione sui provvedimenti legislativi di tutela del lavoro minerario, si giunse, quasi in sordina, alla fondazione di una federazione.
Nell’insieme, in questi tentativi si scontava una sorta di incapacità del movimento economico degli zolfatari a diventare un vero e proprio movimento sindacale. Il risvolto negativo di tutto questo era che la combattività non era pienamente valorizzata e non si traduceva in una corrispondente forza contrattuale.
Nel periodo bellico vi fu una drastica riduzione della produzione e, a causa della chiamata alle armi, le agitazioni nelle miniere cessarono.
Ma, negli anni 1919-20, riprese l’offensiva operaia per il recupero dei salari erosi dall’inflazione.
I minatori volevano equiparato il salario all’aumento dei generi di prima necessità e dello stesso prezzo dello zolfo; gli esercenti, invece, lamentavano il gonfiarsi dei costi di produzione. L’inconciliabilità delle due posizioni portò molti, nel mondo politico ma anche in quello industriale, a porsi il problema, per la prima volta, di colpire la rendita come fattore di riequilibrio dei costi, in modo da aprire spazio agli aumenti salariali.
L’agitazione operaia chiedeva, inoltre, la libera disponibilità per i lavoratori di una parte dell’estaglio. A questo punto, veniva presentato un progetto di legge che prevedeva la demanializzazione del sottosuolo, previo rimborso ai proprietari, in modo che lo zolfo rimaneva una risorsa esclusivamente siciliana. Nell’ottobre del 1920 gli stessi zolfatari bloccavano nelle miniere il minerale destinato all’estaglio ed infine, la mediazione del prefetto di Caltanissetta stabilì la concessione ai lavoratori di una frazione della rendita.
La situazione cambiò tra la fine del 1921 e l’inizio del 1922. A partire dal dopoguerra, il Consorzio aveva giocato al rialzo dei prezzi, in modo da sostenere tutti i redditi zolfiferi, cercando, ancora una volta, la mediazione tra le parti sociali in conflitto. Al variare della congiuntura l’istituto non ebbe quindi il coraggio di ribassare i prezzi.
Fino ad allora lo zolfo siciliano era rimasto al riparo della concorrenza, per effetto della guerra e, dopo, per il livello proibitivo dei noli marittimi, ma quando, tra la fine del ’21 e l’inizio del ’22, i noli ribassarono improvvisamente ad un quinto, lo zolfo americano invase i mercati europei.
L’intera produzione siciliana rimase invenduta e il Consorzio, abbandonato dagli enti finanziatori ( Banco di Sicilia e Banca mineraria ), sospese le anticipazioni.
Questa volta furono gli esercenti ad agitarsi massicciamente. Una serrata di diversi mesi volle rappresentare una decisa pressione per richiedere un intervento di salvataggio governativo, operazione durante la quale, ancora una volta, le organizzazioni operaie svolsero una funzione di sostegno alle richieste padronali.
L’agitazione ottenne un intervento legislativo nel gennaio 1923. Tra le varie provvidenze, lo Stato garantiva lo smaltimento, a prezzi vantaggiosi, dello zolfo e si impegnava nel finanziamento del Consorzio, ma a pagare sarebbe stata la futura produzione.
Il regime fascista, puntò sulla proprietà fondiaria come asse forte delle classi dirigenti nell’isola e, quindi, come proprio naturale interlocutore.
Eliminata l’influenza politica degli zolfatari, nel luglio 1927, fu approvata una legge che aboliva la proprietà privata del sottosuolo, sottoponendo l’apertura delle nuove zolfare al rilascio di una concessione statale. Questa riforma, lungamente attesa ed invocata non dette gli immediati risultati sperati, specie perché non eliminò gli estagli che, inseriti in contratti retrodatati, in modo da sfuggire agli effetti della legge, continuarono ad esistere.
In questo periodo fino alla seconda guerra mondiale, le agitazioni sindacali si ridussero drasticamente, dato che il regime limitava la libertà d’azione della classe operaia.
Nonostante ciò, in quegli anni, furono approvate dal governo diverse leggi per agevolare il miglioramento delle condizioni igieniche e sociali degli operai addetti alle miniere di zolfo, con la costituzione di enti di previdenza sugli infortuni come l’I.N.A.I.L, l’istituzione di casse pensionistiche e la costruzione di alloggi popolari riservati ai minatori.
Nel 1945, la caratteristica fondamentale dell’industria zolfifera era costituita dalla sua arretratezza tecnica ed economica, dalla sua incapacità strutturale di produrre a costi competitivi di mercato.
Allora, la situazione delle miniere era molto precaria per i danni subiti in conseguenza della guerra. Molte di esse erano allagate ed ancora inattive. Le tariffe salariali dei lavoratori, non ancora rivalutate, non consentivano neanche di comprare un chilo di pane al giorno.
Verso la fine del 1944, l’organizzazione dei minatori siciliani diede vita alla Federazione regionale degli zolfatari che si differenziò, in tutte le località, dalle altre organizzazioni locali.
Si trattava di una organizzazione regionale centralizzata che riuscì, per un certo tempo, ad assolvere molto bene il compito di dare sviluppo al primo e vero grande movimento sindacale minerario siciliano. I minatori in ogni centro zolfifero aprirono le loro sedi, che chiamarono leghe, aderenti alla federazione regionale e ne accettarono le direttive, pagando le quote sindacali in modo plebiscitario ( una giornata di lavoro all’anno ) e portando avanti una serie di scioperi regionali, i quali ebbero la funzione di spezzare i particolarismi ambientali esistenti da miniera a miniera. Nasceva così un poderoso esercito operaio, armato di una coscienza nuova e moderna, che muoveva all’attacco dei retaggi feudali sia nelle miniere che nelle stesse abitudini degli uomini.
In realtà, dal 1946 in poi, i minatori siciliani non hanno fatto altro che lottare per il pagamento dei salari, per il rispetto del contratto di lavoro, per l’applicazione in Sicilia degli accordi nazionali, per lo sviluppo e il progresso delle attività minerarie isolane. E a questa lotta venivano chiamate categorie sempre più larghe di cittadini. In prima linea le donne dei minatori che, rompendo antiche tradizioni feudali che volevano la donna lontana dagli affari pubblici e dalle lotte sociali, erano sempre presenti nei momenti drammatici e decisivi. Quando gli uomini occupavano le miniere, esse organizzavano il vettovagliamento e stavano lì davanti alle gallerie ad attendere notizie dei loro cari, a tenere vivo il motivo della lotta, ad organizzare la solidarietà umana e politica, a richiamare le stesse forze dell’ordine a non considerare l’azione dei loro uomini in termini, semplicemente, polizieschi.
Durante gli scioperi e le manifestazioni di protesta, le stesse donne vi partecipavano attivamente coi loro bambini e andavano spesso in delegazione dalle autorità civili ed ecclesiastiche. Infatti negli scioperi, nelle occupazioni di miniere, i parroci simpatizzavano coi lavoratori e si mettevano contro gli industriali e contro i governanti che non provvedevano alle loro richieste.
Gli industriali zolfiferi siciliani, da parte loro, credevano di poter contestare ai lavoratori il diritto di godere del trattamento salariale stipulato, sul piano nazionale, dalle organizzazioni di categoria. Secondo loro, i minatori siciliani avrebbero dovuto percepire un salario regionale, che in ogni caso doveva essere sempre inferiore a quello nazionale di categoria. In tal modo, gli industriali volevano contenere e comprimere il fattore salariale che, tra i costi di produzione, era quello preminente e soprattutto più dinamico.
Da qui l’asprezza, la frequenza e la gravità delle lotte operaie nelle miniere di zolfo. Tra il 1945 e il 1955 non passò anno nel quale i lavoratori non fossero costretti a proclamare uno sciopero regionale al fine di ottenere l’applicazione del contratto di categoria. Generalmente si trattava di scioperi che duravano dai quindici ai trenta giorni, qualche sciopero più lungo si protrasse anche oltre i sessanta giorni.
La resistenza operaia fu molto tenace contro la smobilitazione delle miniere e per l’incremento della produzione. Le rivendicazioni più importanti, infatti, hanno avuto per obiettivo gli aumenti salariali, l’adeguamento del fondo pensioni, la maggiore sicurezza nel lavoro, per cui si arrivò, a volte, allo scioglimento ad oltranza ed all’occupazione delle miniere.
La prima occupazione, nell’ambito dell’intero bacino minerario, avvenne alla miniere “Emma“ di Aragona, negli anni ’50, minacciata dal pericolo mortale della smobilitazione. L’occupazione dei 400 operai che vi lavoravano durò circa un mese ed ebbe come obiettivo prioritario la regionalizzazione del settore zolfifero, per sottrarlo alla gestione privata dei gabelloti Graceffa e Vullo e il pagamento dei salari arretrati.
L’Assemblea regionale, rendendosi conto di questa drammatica situazione, aveva approvato una legge con la quale, alla miniera Emma, veniva concesso un mutuo di 70 milioni per il pagamento dei salari arretrati.
Con questa legge una parte delle necessità dei lavoratori di Aragona venivano accolte, ma rimaneva il problema della smobilitazione, che fu affrontato in un Convegno, tenutosi nell’aprile del 1951, al quale parteciparono parlamentari, uomini politici, tecnici di tutte le tendenze. La soluzione si trovò nelle relazione tecnico-amministrativa presentata dall’ing. Lorenzo La Rocca.
La relazione metteva in evidenza alcuni elementi fondamentali, come il fatto che con i recenti aumenti del prezzo dello zolfo, restando ferma la produzione, i 400 operai rendevano in misura tale da consentire il pagamento dei salari al 100% e coprire tutte le altre spese necessarie. Ma il bilancio attivo della miniera era possibile a condizione che non veniva più effettuata la trattenuta del 16% per il pagamento dei debiti dei gabelloti e venivano ridotte le spese di amministrazione. Senza questi due provvedimenti, invece, la miniera doveva chiudere e per evitare questo, fu eletta, dal convegno, una commissione unitaria con il compito di assicurare i mezzi e gli strumenti per salvare la miniera dalla chiusura e gli operai dalla disoccupazione.
Naturalmente le conquiste sociali e sindacali dei lavoratori, risentivano delle generali condizioni di ambiente della Sicilia. Persino sul piano sindacale vi era una differenza di trattamento salariale tra l’operaio siciliano e quello continentale. A parità di condizioni di lavoro, l’operaio siciliano percepiva in meno rispetto all’operaio del continente il 15-20% del salario globale.

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16Giu

SCIOPERI E AGITAZIONI SINDACALI NELLE MINIERE DI ZOLFO IN SICILIA (PRIMA PARTE)

16 Giugno 2015 Alfio Calabrò Articoli

SCIOPERI E AGITAZIONI SINDACALI NELLE MINIERE DI ZOLFO (PRIMA PARTE)
Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo gli zolfatari erano, in Italia, tra i lavoratori che mostravano una maggiore propensione a scioperare.
Certamente, gli scioperi esprimevano le tensioni che caratterizzavano i loro rapporti di lavoro. Nelle zolfare ogni cosa cospirava perché la vita quotidiana fosse punteggiata da conflitti individuali che scoppiavano tra picconieri e carusi, tra gli stessi carusi, tra picconieri rivali, tra costoro ed i capomastri, i titolari delle botteghe, gli esercenti. Senza tenere conto di questo contesto, non si capirebbe la loro maggiore inclinazione, rispetto ai contadini, a comportamenti illegali, alla delinquenza, caratteristica questa che rischiava di trasformare gli zolfatari da classe lavoratrice a classe pericolosa. Ma, a maggior ragione, bisogna tenere conto di questo contesto per capire il particolare valore che gli scioperi assumevano per gli zolfatari.
Come ogni movimento collettivo che perseguiva obiettivi concreti, lo sciopero esigeva il superamento dei comportamenti soggettivi e richiedeva un minimo di organizzazione, era un potente fattore d’unità ed alimentava uno spirito di solidarietà, tutti elementi che alla lunga contribuivano al formarsi fra questi lavoratori di una robusta coscienza operaia e professionale.
La prima vasta agitazione si sviluppò, poco prima del 1890, a causa della continua flessione del livello salariale anche se, le prime astensioni dal lavoro erano state registrate attorno al 1880 per la salvaguardia del lavoro e per miglioramenti salariali.
Nel 1890 gli scioperi raggiunsero la dimensione di una vera e propria ondata ( 16.200 scioperanti ); le ragioni di ciò andavano rintracciate nel fatto che proprio in quell’anno i prezzi dello zolfo, dopo oltre un quinquennio di progressivo calo, ricominciarono a salire, mentre il salario medio giornaliero del picconiere si era abbassato dalle 2,90 lire del 1876 alle 1,90 lire del 1888.
Considerando che si trattava di un salario medio, questo calo di circa il 34% non poteva che ridurre i salari più bassi al limite di pura sussistenza.
Comunque, questa prima agitazione si concluse nel momento in cui i salari cominciarono ad elevarsi, cioè nel 1890, anno in cui anche il prezzo medio dello zolfo si elevò.
Tra il 1891 e il 1893, si diffusero in tutta l’isola i Fasci, organizzazioni operaie e contadine di ispirazione socialista. Gli zolfatari erano, fra tutti i siciliani, i più convinti aderenti al socialismo, proprio perché pur assumendosi il peso della maggior parte della produzione zolfifera, erano i primi e i più colpiti dalle conseguenze economiche delle periodiche crisi dell’industria.
Il movimento dei Fasci degli zolfatari fu prevalentemente imperniato sugli scioperi e sulle pacifiche dimostrazioni di piazza, miranti soprattutto, al mantenimento o all’aumento di salari e prezzi di cottimo.
Un primo embrione di Fascio minerario avvenne a Favara, sin dal giugno del 1890, quando gli zolfatari, dopo giorni di agitazione scesero in sciopero e organizzarono un’imponente dimostrazione che, purtroppo, si concluse drammaticamente. Gli scioperanti si riunirono nella piazza del municipio di Favara e lanciarono invettive contro i coltivatori delle miniere che si rifiutavano di accogliere le loro richieste di aumenti salariali. La dimostrazione degenerò presto in gravi tumulti, i dimostranti invasero le sale del Circolo civile incendiando i mobili. La forza pubblica non riuscì a sedare i tumulti e i dimostranti uccisero un carabiniere e ne ferirono altri tre.
Nell’aprile 1891 scendevano in sciopero, per ragioni salariali, anche gli zolfatari della miniera Tortorici di Castrogiovanni. Il 2 maggio dello stesso anno, ne seguivano l’esempio carusi e picconieri della miniera Grottacalda di Valguarnera, che chiedevano l’abolizione del sistema dei cottimi perché i cottimisti falcidiavano la loro paga.
Nell’estate del 1893 in molte miniere della Sicilia infuriava lo scontro di classe. Era quello il tempo delle prime lotte agrarie, la stagione che vedeva i Fasci crescere in tutte le aree zolfifere, in conseguenza delle scelte fatte dal Congresso regionale Socialista tenuto, a Palermo, nel maggio dello stesso anno.
Nell’autunno del 1893, grazie anche alla mediazione di personaggi carismatici come il Marchese di Montemaggiore, uno dei più grossi proprietari di miniere, il deputato Napoleone Colajanni e l’avvocato Francesco De Luca presidente del fascio di Girgenti, il movimento dei Fasci minerari avviò una strategia di alleanza tra operai e piccoli imprenditori, che culminò con l’organizzazione di un congresso minerario che si svolse a Grotte, con l’intervento di circa 1500 persone fra minatori e piccoli produttori. Questi ultimi, dopo aver protestato contro l’estaglio percepito dai proprietari di zolfare, la mancanza di credito minerario e le imposizioni fiscali eccessivamente gravose, finirono col proporre l’abolizione della proprietà privata del sottosuolo zolfifero, la riduzione immediata del 10% dello zolfo destinato per l’estaglio, ai proprietari non coltivatori, la diminuzione dell’imposta fondiaria e l’istituzione di una banca di credito minerario.
Le richieste degli zolfatari furono:
a) L’elevazione a 14 anni dell’età minima per i fanciulli che lavoravano all’interno delle miniere.
b) L’abolizione della pratica del cosiddetto “ soccorso morto “
c) Salario minimo per i carusi : £ 1.50 fino a 15 anni, e £ 2.00 oltre i 15 anni.
d) Salario minimo garantito di £ 3 per il picconiere.
e) Orario di lavoro di 8 ore per coloro che lavoravano all’esterno della miniera.
f) Unificazione del sistema di misurazione dello zolfo che variava da una zolfara all’altra.
g) Abolizione del salario in natura
h) Puntualità nel pagamento in denaro del salario alla fine di ogni settimana.
Le richieste degli zolfatari furono appoggiate dal ministro La Cava che, nel novembre del 1893, presentava due disegni di legge tesi a migliorare le condizioni di vita e di lavoro dei minatori.
Pochi giorni dopo cadeva il governo Giolitti cui successe quello del siciliano Francesco Crispi. Si instaurò un regime di terrore, il 3 gennaio 1894 fu proclamato lo stato di assedio. Furono sciolti tutti i Fasci siciliani, compresi quelli degli zolfatari. I capi dei Fasci furono arrestati in massa e condannati a dure pene da apposite corti marziali.
Nel 1895, il peggiore di tutta la crisi zolfifera, gli indicatori principali della congiuntura del settore zolfifero toccarono il fondo ( prezzi, salari occupazione ); anche la conflittualità si ridusse drasticamente (approssimativamente si ebbero 3.000 scioperanti ).
Nel 1896, quando la congiuntura del settore zolfifero mostrò segni di ripresa, gli scioperi raggiunsero il maximum storico ( 52 conflitti a cui parteciparono 30.000 lavoratori ). Si rinnovò lo stesso comportamento rivendicativo del 1890: gli zolfatari, non appena si diffuse la notizia di un miglioramento dei prezzi del minerale, entrarono immediatamente in agitazione. L’area dello zolfo fu investita da una vera e propria epidemia rivendicativa: dal giugno al settembre scoppiarono tumulti un po’ dappertutto con l’unica richiesta dell’adeguamento dei salari al nuovo livello dei prezzi. Il potere contrattuale ebbe, poi, basi più salde per la previsione di un ulteriore miglioramento dei prezzi in seguito alla costituzione dell’Anglo-Sicilian Sulphur Company nel 1896.
La maggior parte dei conflitti di quell’anno ebbe esito positivo; infatti, da un dispaccio dei carabinieri di Caltanissetta inviato al prefetto nel 1897, si apprende che, dopo gli scioperi, i salari medi giornalieri per i picconieri erano aumentati da un minimo di 45-50 centesimi ad un massimo di 1 lira e 25 centesimi, mentre per i carusi delle zolfare di Caltanissetta non si era verificato nessun aumento e per gli altri delle diverse zone gli aumenti si collocavano tra un minimo di 15 ed un massimo di 85 centesimi.
L’altra stagione di lotte degli zolfatari si aprì nel 1903 ed ebbe il suo epicentro nelle grandi miniere del gruppo nisseno, dove l’instaurazione di tecniche produttive più moderne aveva modificato i tradizionali rapporti di lavoro e creato un proletariato più omogeneo.
Il movimento rivendicativo era cominciato, in maggio, nelle due miniere Iuncio-Testasecca e Stretto-Giordano con le solite richieste di aumenti salariali, ma divenne una grande battaglia sindacale quando gli zolfatari della miniera Trabonella, la più meccanizzata dell’isola, dopo essere scesi in sciopero per solidarietà verso un picconiere che non aveva accettato la valutazione del cottimo fatta dal vicedirettore della zolfara, presentarono le loro rivendicazioni.
Oltre agli aumenti salariali, chiedevano il riconoscimento della Lega di miglioramento zolfatare ( costituita nel marzo di quell’anno ) come rappresentante legittima dei lavoratori e tutta una serie di misure tendenti a tutelare gli interessi operai. Da quel momento si innescò una reazione a catena: i “trabonellari” di fronte al netto rifiuto della controparte a trattare, passarono al boicottaggio della miniera andando a lavorare nelle altre della zona; a sua volta il padronato minerario, intuita l’importanza della posta in gioco, reagì proclamando la serrata di tutte le zolfare del gruppo nisseno.
Si pervenne, così, ad uno scontro frontale che vide, da una parte, schierati tutti gli zolfatari del circondario di Caltanissetta e, dall’altra, il fronte compatto di esercenti e proprietari deciso ad impedire, in ogni modo, qualsiasi modificazione dei vecchi equilibri di potere all’interno delle zolfare a favore della forza lavoro.
La controversia ebbe il suo momento culminante nella grande sfilata del 15 giugno 1903, quando a dimostrazione della loro forza ottomila manifestanti sfilarono per le vie di Caltanissetta. Dopo una trattativa prolungata e difficile, alcuni giorni dopo, si giunse ad un primo accordo che, però, vincolava per tre anni gli zolfatari a non chiedere più aumenti salariali, tranne in caso d’incremento dei prezzi del minerale.
Fu quest’impegno che spaccò lo schieramento, fino ad allora compatto, degli scioperanti: mentre quelli della Testasecca e dello Stretto-Giordano ripresero a lavorare accontentandosi degli aumenti raggiunti, i 1800 “trabonellari” continuarono lo sciopero, ma rimasti isolati ritornarono a lavorare alla fine di giugno. Essi ricominciarono a scioperare compatti, nel mese di luglio, per un altro contrasto sulla valutazione del cottimo; questa volta, stanchi per la lotta dei mesi precedenti, ripresero il lavoro accogliendo l’invito di un ispettore ministeriale che promise loro l’interessamento del governo.
Nel 1904 l’epicentro delle lotte si spostò nell’agrigentino, nelle zone delle piccole zolfare. A questa provincia appartenevano ben il 70% degli oltre 13.000 scioperanti. Nel gennaio, circa tremila zolfatari delle 89 miniere esistenti nei comuni di Racalmuto, Grotte e Sutera scioperarono contro la diminuzione del prezzo dei cottimi a causa dell’aumento del premio di assicurazione. Infatti, nello stesso mese, era stata emanata una legge che prevedeva la costituzione di Sindacati obbligatori di assicurazione mutua, con la quale gli zolfatari chiedevano al governo l’istituzione di un sindacato per l’industria zolfifera, con lo scopo di assicurare tutti i lavoratori delle zolfare contro gli infortuni sul lavoro e di impedire ai coltivatori, che avevano già provveduto a tale tipo di assicurazione, di riversare sui dipendenti la quota assicurativa.

Geologo Alfio Calabrò

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