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Minerali GeoArt
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Minerali GeoArt

31 Maggio 2015

31Mag

L’INDUSTRIA ZOLFIFERA E I TRASPORTI

31 Maggio 2015 Alfio Calabrò Articoli

Lo zolfo prodotto in Sicilia era in gran parte oggetto di esportazione, infatti la quantità che restava nell’isola per i consumi locali era in confronto trascurabile; nel 1880, il consumo locale, rispetto alle 312.862 tonnellate prodotte, si aggirava intorno a 25.000 tonnellate; ma prima dell’impiego dello zolfo in agricoltura il consumo siciliano si riduceva a poca cosa.
Lo zolfo, quindi, prodotto nelle miniere veniva quasi tutto trasportato ai porti, principalmente quello di Catania, Licata, Porto Empedocle, Termini Imerese, Messina e Palermo, per essere imbarcato e spedito fuori dalla Sicilia.
Fino ai primi del XIX secolo, il trasporto dello zolfo dalle miniere ai porti avveniva esclusivamente a schiena di mulo per l’assenza assoluta di strade rotabili; su ogni mulo si caricavano due balate, cioè due pani a forma di piramide, legate con corde. In tal modo, una lunga fila di muli si muoveva dalle miniere sino al porto più vicino, lungo distanze che talvolta raggiungevano i 70-80 chilometri.
Con la costruzione delle strade comunali e provinciali il trasporto divenne misto, cioè, si effettuava a schiena di mulo dalle miniere alla rotabile più vicina e poi con i carri a trazione animale ( i classici carretti ) fino al porto.
I carretti siciliani, a ruote grandi e sottili, costituivano il mezzo più conveniente capace di contenere da 500 a 600 chilogrammi di merce con l’applicazione di un solo animale.
Anche il carico dello zolfo sulle navi era un momento laborioso e lento, poiché esso si compiva a spalla d’uomo sulle barche d’alaggio che trasportavano il minerale sino ai velieri, sui quali veniva accatastato alla rinfusa.
Le spese di trasporto costituivano un elemento fondamentale per la stipulazione dei contratti di affitto. Infatti, la percentuale che il gabelloto doveva corrispondere al proprietario, veniva stabilita secondo l’abbondanza del minerale, il volume delle acque nelle miniere, ma anche secondo lo stato delle strade circostanti e la distanza dai caricatoi.
La fase del trasporto e della vendita era gestita dal sensale che, incaricato dell’acquisto o della vendita, fungeva da intermediario tra il produttore e il compratore ed era colui che consegnava al magazziniere la lettera d’ordine, necessaria per dimostrare la conclusione dell’accordo. Solo successivamente si impose una nuova categoria di intermediari, i cosiddetti magazzinieri.
L’apertura delle nuove vie di accesso causò, infatti, la progressiva concentrazione dello zolfo negli scali di Porto Empedocle, Licata e Catania.
Gli esercenti delle grandi miniere continuavano ad avere magazzini propri nei luoghi d’imbarco, ma quantità sempre maggiori di zolfo venivano spedite dai magazzinieri nei propri depositi. Questi nuovi intermediari ricevevano lo zolfo, anticipavano le spese di trasporto e controllavano il trasbordo sui velieri o sui vapori.
La rete stradale siciliana si manteneva nella seconda metà dell’ottocento ancora inadeguata alle esigenze economiche, nonostante il notevole incremento delle nuove costruzioni post-unitarie; tutto ciò incideva pesantemente sul commercio dello zolfo.
Un notevole miglioramento si ebbe con la costruzione delle linee ferroviarie. I primi tratti di ferrovia utili per il trasporto dello zolfo furono quelli tra Catania e Leonforte e Montemaggiore e Lercara, inaugurati nel 1870.
Tutte le zolfare della provincia di Catania vennero a risentire un reale vantaggio; della provincia di Caltanissetta usufruirono i gruppi zolfiferi di Aidone, Calascibetta, Castrogiovanni, Valguarnera, S. Caterina e Villarosa; le zolfare di Lercara ebbero sbocco nel porto di Termini Imerese ed anche in quello di Palermo.
Il tratto delle ferrovie Porto Empedocle-Comitini, apertosi nel 1874, assorbì la produzione delle zolfare di Comitini ed Aragona ed una parte di quelle di Grotte, di Casteltermini e di Girgenti.
Nel 1876 si aprirono le due linee Leonforte-S.Cataldo e Caltanissetta-Campobello di Licata e nel 1880 si inaugurò il tronco Canicattì-Caldare, linee che servirono di sbocco agli zolfi di Caltanissetta, S.Cataldo, Serradifalco, Montedoro, Racalmuto e Grotte. Infine nel 1881, con l’apertura del tratto Campobello-Licata, si completò la rete principale utile per le zolfare, raccogliendo il prodotto delle miniere ricadenti nella zona di Riesi, Sommatino, Campobello e Licata.
La maggiore viabilità, la maggiore sicurezza, che permetteva a proprietari e coltivatori più frequenti visite alle miniere e che invogliava ulteriori impieghi di capitali nell’industria delle zolfare, la possibilità che le ferrovie davano di trasportare con più facilità macchinari, lo sviluppo dell’istruzione tecnica che cominciava a dare i suoi frutti, sostituendo all’empirico capomastro il direttore tecnico con competenze diverse, furono tra i principali fattori che favorirono il risveglio dell’attività nell’industria mineraria e l’aumento della produzione che superò in quegli anni gli alti livelli ottenuti nei periodi di maggiore prosperità.
Nel 1880 la rete ferroviaria principale siciliana poteva considerarsi completata. Ma erano ancora molte le questioni irrisolte. La situazione stradale era ancora precaria: centri abitati, zolfare, luoghi di produzione in genere, spesso, erano distanti diversi chilometri dalle stazioni ferroviarie e le vie di allacciamento si mostravano in pessime condizioni.
Inoltre erano ancora molto frequenti i trasporti su schiena di animale; su questo influiva la mancanza di una mentalità adeguata alle nuove condizioni di trasporto, poiché con il treno era necessario rispettare gli orari, mentre coi muli ci si poteva regolare liberamente. Ma l’ostacolo più grande rimanevano le stazioni che, alla metà degli anni ’70, erano ancora in condizioni molto precarie: la mancanza di tettoie danneggiava le merci, così che lo zolfo veniva accatastato nei sacchi all’aperto subendo danni per le intemperie e per i furti.
Molti amministratori di zolfare preferivano ancora il trasporto sui carri, ritenendolo più conveniente per il risparmio delle spese relative al carico e allo scarico nella stazione. Soprattutto per le miniere distanti molti chilometri dalle stazioni risultava più vantaggioso, una volta caricato lo zolfo sui muli, condurre avanti la carovana sino al porto di imbarco.
Nonostante ciò, il commercio zolfifero si incanalò progressivamente lungo le strade ferrate.
Per quanto l’andamento non fosse sempre regolare, si registrarono quantità sempre maggiori di minerale trasportato su ferrovie: se nel 1875 queste erano ancora di 82.000 tonnellate circa, nel 1881 salirono a 240.000 tonnellate, sino alle 302.055 del 1890.
La situazione ferroviaria di quell’epoca fece di Porto Empedocle il porto più importante di esportazione degli zolfi siciliani, seguito da quelli di Catania e Licata. Lo zolfo delle miniere ubicate in zone non lontane dai porti veniva trasportato direttamente nei magazzini portuali; lo zolfo delle miniere ubicate, invece, in aree interne veniva trasportato alla più vicina stazione ferroviaria.
Per le miniere o per i gruppi di miniere più importanti, le società che ne curavano la coltivazione, provvidero, sul finire del secolo, alla costruzione di sistemi di trasporto più razionali e quindi meno costosi come la tramvia a vapore e la linea teleferica.
Oltre alla tramvia a vapore, lunga 12 chilometri, costruita nel 1883 da Robert Trewhella, noto costruttore inglese di tronchi ferroviari isolani, che servì a trasportare lo zolfo delle miniere di Assoro alla stazione ferroviaria di Raddusa, altre importanti opere vennero compiute. Nel 1894, fu realizzata una tramvia a vapore lunga 15 chilometri che collegava i gruppi Lucia e Ciavalotta di Favara con Porto Empedocle. Un’altra tramvia a cavalli, lunga 3 chilometri, fu realizzata, nel 1898, per unire la grande miniera Trabonella alla stazione di Imera. Nel 1904, venne completata la linea teleferica, lunga 10 chilometri, che andava dalle zolfare Trabia-Tallarita sino alla stazione di Campobello di Licata; nel 1908, fu costruita la tramvia a vapore che servì a trasportare lo zolfo dalle miniere Pagliarello e Respica alla stazione ferroviaria di Villarosa e, infine, nel 1915, la tramvia a vapore che servì a trasportare lo zolfo dalle miniere Juncio-Stretto alla stazione ferroviaria di Imera.
Alla fine dell’ottocento la rete ferroviaria siciliana poteva considerarsi completata nelle sue linee essenziali. Le speranze di migliorare la commercializzazione dello zolfo era ormai un dato reale. Il minerale si rivelò tra le merci maggiormente presenti nel traffico sui binari molto più di prodotti facilmente deteriorabili quali gli agrumi. E tuttavia, lo zolfo risultò più utile alle ferrovie che non viceversa. Esso fu una voce costantemente attiva per i bilanci della società per le Strade Ferrate della Sicilia ( che gestiva tutte le linee isolane ) pur attraverso le crisi periodiche che si acuirono sul finire del secolo.
Lo stesso può dirsi solo parzialmente per le ferrovie: esse si confermarono una economia esterna capace di influire positivamente sul commercio minerario per la riduzione dei costi di trasporto. Tutto ciò fu tanto più vero per le miniere vicino alle stazioni e per quelle più grandi che impiegarono notevoli risorse finanziarie per l’allacciamento diretto con le ferrovie tramite tramvie e teleferiche.
Ma il problema principale continuò ad essere l’arretratezza nei metodi di estrazione mineraria che pregiudicava in parte le innovazioni tecnologiche che si erano effettuate nelle vie di comunicazione commerciale.
Geologo Alfio Calabrò
Prof.ssa Ermelinda Ciaurella

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23Mag

CONDIZIONE IGIENICHE E ASSISTENZA SANITARIA NELLE MINIERE DI ZOLFO SICILIANE

23 Maggio 2015 Alfio Calabrò Articoli

CONDIZIONE IGIENICHE E ASSISTENZA SANITARIA NELLE MINIERE DI ZOLFO
Le condizioni dei lavoratori delle zolfare non erano certamente invidiabili se si considera quali fatiche e quanti pericoli essi dovevano affrontare. Gli incidenti che si verificavano nelle zolfare, molto spesso mortali, erano provocati soprattutto da frane e da esplosioni di gas che si formavano nelle miniere per la scarsa aerazione. Infatti, il 52,41% degli infortuni, il 67,14% delle mortalità e il 44,58% dei ferimenti erano provocati proprio da questo tipo di cause. Non mancavano, comunque, le disgrazie causate da invasioni di acque o da esplosivi usati spesso nei lavori di estrazione.
Le grandi fatiche richieste dal tipo di lavoro svolto da picconieri e carusi risultavano aggravate dall’aria malsana, che questi lavoratori erano costretti a respirare nell’interno della miniera. Inoltre, le cattive condizioni igieniche favorivano la diffusione di malattie, come la malaria e l’anchilostomiasi e di deformazioni fisiche.
In realtà, più che sui picconieri, le fatiche del lavoro e l’ambiente igienicamente malsano in cui esso si svolgeva, si ripercuotevano sui carusi, i quali ricevevano in cambio retribuzioni estremamente basse e deformazioni fisiche e psichiche permanenti. Soprattutto prima dell’introduzione dei mezzi meccanici di trasporto, il lavoro faticoso causava, secondo gli studi pubblicati alla fine dell’ottocento dai Dottori Giordano e Valenti, difetti e malattie gravi, tra cui prevalevano l’ipertrofia cervico-dorsale e la cifosi; la costituzione scheletrica grama e la ritardata pubertà.
Oltre agli effetti sullo sviluppo fisico, non bisogna dimenticare le conseguenze, ancora più gravi, che si producevano sulla psiche dei giovani carusi. Innanzitutto la totale mancanza d’istruzione, che era conseguenza diretta dell’impegno lavorativo, e, poi, l’abbrutimento morale, che nasceva da un simile modo di vivere a contatto con uomini dalla vita estremamente primitiva.
C’erano molte e valide ragioni, quindi, per indurre il governo ad intervenire per regolamentare il lavoro dei fanciulli nelle miniere di zolfo siciliane. Nel 1880, lavoravano nelle miniere 6.170 fanciulli con meno di 15 anni su un totale di 21.550 operai; nel 1900, essi erano ancora 8.063 su 38.044 operai. A tale proposito, era stata approvata una legge, nel 1886, che proibiva l’impiego di carusi inferiori ai 10 anni di età per i lavori sotterranei e di 9 per i lavori all’aria aperta, ma l’assenza di libretti anagrafici e l’inefficienza dei sistemi di sorveglianza consentivano una larga evasione a tali obblighi.
A questo insignificante contributo alla protezione del lavoro minorile, seguiva un’altra legge, nel 1893, che si proponeva di salvaguardare la vita e la salute dei lavoratori delle miniere, obbligando coltivatori e proprietari a rendere più sicure e più salubri le lavorazioni sotterranee e di proibire l’impiego dei fanciulli sino all’età di 12 anni. Altre disposizioni regolarono la durata del lavoro, i riposi e le pause, nonché i modi di mettere in grado i fanciulli di adempiere all’obbligo dell’istruzione elementare. Purtroppo, questi insufficienti provvedimenti di legge venivano continuamente violati, senza che vi fosse possibilità di intervento da parte degli organi di vigilanza, poiché era molto difficile sradicare abitudini strettamente legate alla miseria e all’ignoranza.
Dopo oltre 70 anni di assenza legislativa per il lavoro minorile, il Parlamento, nel marzo 1961, approvò una legge, in adempimento alle convenzioni internazionali ratificate dall’Italia fin dal 1952, in cui si elevava il limite di età minimo per adibire ai lavori minerari i ragazzi di entrambi i sessi di età non inferiore ai 15 anni. Venne vietato per i minori il lavoro nelle ore notturne e nei giorni festivi e vennero fissate delle sanzioni penali a carico dei trasgressori.
Oltre al lavoro minorile, le condizioni igienico sanitarie dei minatori costituivano un grave problema per l’intera categoria. L’assistenza sanitaria ebbe i suoi primi albori nel lontano 1898, con l’emanazione della legge sull’obbligatorietà dell’assicurazione degli operai contro gli infortuni del lavoro, con cui si obbligava ai datori di lavoro di apprestare agli infortunati le prime immediate cure, affidando ad un capomastro o ad un operaio dell’esterno una cassetta di medicazione. Un tale stato di cose non poteva certamente durare, sia perché la medicazione veniva eseguita da persone impreparate, sia perché nessuna zolfara era attrezzata per l’eventuale trasporto di un infortunato grave in paese, o in altro luogo, dove egli avrebbe dovuto, poi, provvedere a proprie spese alle cure necessarie.
Nel 1901, per iniziativa di un giovane medico di Caltanissetta Dr. Ignazio Di Giovanni, fu istituito, in alcune miniere, il primo posto di soccorso della Croce Rossa Italiana e nel 1904, il governo creò il “ Sindacato Obbligatorio Siciliano Infortuni Zolfare “, del quale fecero parte obbligatoriamente tutti i produttori di zolfo della Sicilia, con l’obbligo di dare agli infortunati le cure necessarie fino a guarigione anatomica e funzionale delle lesioni riportate.
Sistemata, in tal modo, l’assistenza sanitaria di natura infortunistica, il Sindacato, appoggiando le iniziative del Dr. Di Giovanni, rivolse la sua attenzione a quelle malattie che, pur essendo diffuse solamente tra gli zolfatari, avevano carattere di malattia sociale. Assunse, pertanto, in proprio la campagna antimalarica, che lo stato conduceva in Italia, per condurla con la sua organizzazione sanitaria nelle zolfare. La profilassi chininica, che si era eseguita anche nelle zolfare con risultati pressoché negativi, andava perdendo la sua rinomanza e si cominciava a parlare di lotta antimalarica attraverso opere di bonifica.
Nel 1935, il governo decise di sopprimere il Sindacato sugli Infortuni e di creare l’ I.N.A.I.L. che si dimostrò ben degno successore del Sindacato nell’assistenza agli zolfatari, valorizzò l’assistenza nel campo del pronto soccorso, aumentò di numero i posti di soccorso delle zolfare che collegò per radio con il centro trasporti di Caltanissetta, ammise gli zolfatari a beneficiare di tutta la propria organizzazione assistenziale costituita, oltre che dagli ambulatori dei comuni zolfiferi, dai centri traumatologici, presso i quali si provvide alla rieducazione dei grandi invalidi del lavoro.
Tutto ciò nel campo dell’infortunistica, mentre in quello delle malattie professionali, volle intervenire anche, nel campo della profilassi, sostenendo la lotta contro l’anchilostomiasi, malattia che affliggeva oltre il 50% degli zolfatari, conducendone non pochi alla morte; si trattava di un parassita dell’intestino che si diffondeva negli operai a causa delle carenti condizioni igieniche.
A partire dagli anni cinquanta, dopo la nascita dell’Ente Zolfi Italiani, opportunamente sostenuto dalla Regione Siciliana, furono migliorate le condizioni igienico-sanitarie degli zolfatari.
Il progresso sanitario e l’ammodernamento delle miniere, contribuirono a rendere il lavoro degli zolfatari più civile e umano, liberandolo dagli aspetti degradanti e scandalosi che nel passato avevano suscitato la protesta dell’intera categoria.
In effetti, scomparve totalmente l’anchilostomiasi, mentre conservavano carattere endemico tanto la bronchite da fumo quanto l’elmintiasi intestinale. La bronchite da fumo era causata dalla inspirazione, in discrete quantità, di anidride solforosa ( fumo di zolfo ),quindi, principalmente colpiti erano gli operai che lavoravano alla fusione dello zolfo; mentre l’elmintiasi era provocata da parassiti dell’intestino che causavano fenomeni di anemia e disturbi intestinali e la sua diffusione era facilitata dalle condizioni di umidità delle gallerie della miniera e dalla scarsa conoscenza delle norme di igiene e profilassi degli zolfatari.
Nel 1965, l’intero comparto minerario verrà rilevato dalla Regione siciliana e affidato all’Ente Minerario Siciliano, che si dovrà occupare della riorganizzazione e gestione delle miniere. In questo periodo le condizioni igienico sanitarie dei lavoratori, assumeranno un carattere secondario, perché il principale problema sarà costituito dalla continua chiusura delle miniere e dall’aumentare della disoccupazione nell’intero comparto.

Geologo Alfio Calabrò

Prof.ssa Ermelinda Ciaurella

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14Mag

LA VITA NELLE MINIERE DI ZOLFO (2° PARTE)

14 Maggio 2015 Alfio Calabrò Articoli

Il contratto di lavoro di gran lunga più diffuso era il cottimo, che rispondeva all’esigenza di scaricare sulla forza lavoro tutti i problemi di gestione tecnica dell’impresa mineraria. In questo contesto la figura più ambigua diveniva la manodopera più qualificata, il picconiere. Nella relazione di lavoro più semplice, quando aveva alle sue dipendenze qualche caruso, egli era, nello stesso tempo, piccolo imprenditore operaio e lavoratore dipendente, che doveva fornire all’esercente o al proprietario il minerale accatastato sui piani delle miniere. Ma poteva anche essere, come lo era stato agli inizi dell’industria zolfifera, titolare di una forma di cottimo che prevedeva la consegna dello zolfo fuso in pani ( il cosiddetto partito di carico ) o del minerale grezzo, con alle dipendenze picconieri e carusi cui praticava svariate forme di sub-cottimo. O poteva, per mancanza di capitali, sfortuna o incapacità, essere ridotto a salariato puro, retribuito a giornata, alle dipendenze di un suo collega.
La presenza di questi piccoli imprenditori operai, faceva sì che lo sfruttamento della forza lavoro non avvenisse in forma diretta nella relazione tra l’esercente e tutta la manodopera della miniera, ma fosse tanto più duro in quanto assumeva la veste di sfruttamento di lavoratori su altri lavoratori.
L’aspetto più odioso si presentava nella relazione che legava il caruso al picconiere. Infatti i carusi venivano assoldati dai picconieri con una somma che, alla fine dell’ottocento, variava dalle 100 alle 300 lire consegnata ai rispettivi genitori. Questa somma si chiamava “soccorso morto” poiché, indipendentemente da essa, il ragazzo doveva essere compensato per il suo quotidiano lavoro e si sarebbe potuto considerare svincolato da tale strano ingaggio solo quando i genitori fossero riusciti ad effettuarne il rimborso; ciò difficilmente si poteva realizzare, per le condizioni di estrema miseria di queste famiglie e provocava l’interminabile schiavitù del caruso verso il picconiere, oppure liti, spesso sanguinose, se il caruso avesse abbandonato il suo padrone senza preavviso e senza la liquidazione di quella specie di riscatto.
Ma la spietatezza dello sfruttamento della forza lavoro impiegata nelle zolfare non si coglie solo con gli aspetti formali del contratto di lavoro, ma soprattutto con le modalità della retribuzione operaia: la discrezionalità padronale nella valutazione del cottimo attraverso la cosiddetta cassa le cui dimensioni variavano da zona a zona e potevano essere facilmente cambiate con la manipolazione della “regola”, asta di legno che serviva da unità di misura; l’irregolarità dei periodi di paga; gli anticipi sulla retribuzione nelle botteghe delle zolfare, attraverso il truck-sistem ( il pagamento in natura ), soprattutto con farina di frumento, che veniva fornita in quantità inferiore al peso nominale e calcolata secondo valori superiori a quelli di mercato, metodi che il picconiere a sua volta applicava più duramente nei confronti del caruso; i prezzi elevati degli altri alimenti, delle riparazioni degli strumenti e dei prodotti che servivano all’esercizio del mestiere ( l’olio per la lucerna, la carta per le micce, la polvere da sparo, le lampade di terracotta ); le piccole e le grandi angherie come la colletta per le feste padronali, le regalie al capomastro, la provvigione che il datore di lavoro tratteneva nello scambiare il denaro al picconiere; insomma, tutti questi elementi non facevano coincidere mai il salario nominale con quello reale ed anzi quest’ultimo, subiva sempre sostanziali riduzioni.
Secondo uno studio approfondito, condotto dal Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio, alla fine dell’ottocento, il salario medio di un picconiere a cottimo si aggirava sulle 3.50 lire giornaliere, mentre quello di un picconiere a giornata era di 2.20 lire. La retribuzione dei carusi era molto più bassa degli altri lavoratori delle zolfare, infatti la media della paga giornaliera variava da 0.85 a 1.25 per i fanciulli e da 1.40 a 1.70 per gli adulti.
Se vogliamo riassumere le caratteristiche dell’identità degli zolfatari all’inizio degli anni novanta, possiamo dire che si trattava di un gruppo professionalmente contrassegnato da durissime condizioni di lavoro e da una presenza notevole di manodopera minorile, la quale per questo suo stato era la parte più indifesa e subordinata dell’intero gruppo.
Negli anni che precedettero la prima guerra mondiale, il numero degli zolfatari, a parità di produzione, era diminuito di un terzo portandosi a meno di 20.000 dagli originari 30.000. Questo andamento non ebbe un itinerario lineare, ma vide una sorta di “ cunetta ” negli anni a cavallo tra i due secoli, quando gli zolfatari sfiorarono le 40.000 unità.
Tra le nuove categorie addette ai lavori sotterranei, in quel periodo, si formò quella dei vagonari che avevano il compito di spingere i vagoncini nelle gallerie di carreggio; mentre il rapporto fra picconieri e carusi di uno a tre, passò ad un rapporto di uno a uno, il numero degli acquaioli si era drasticamente ridimensionato, diminuendo dall’originario migliaio di unità ad un quarto. Queste variazioni degli addetti furono dovute alla diffusione della meccanizzazione all’interno delle miniere che ebbe un riflesso sulle operazioni lavorative e sui rapporti di lavoro.
In realtà, il lavoro del picconiere non mutò di molto, se si esclude l’uso delle trivelle per i fori delle mine e l’impiego più diffuso dell’estirpazione con esplosivi, con conseguente aumento della pericolosità del mestiere. Cambiò molto, invece, il lavoro dei carusi che non occuparono più quella posizione fondamentale che avevano avuto nel processo produttivo: essi erano impiegati solo nel trasporto del minerale dai cantieri alle gallerie di carreggio. Rispetto all’estrazione a spalla questa era una mansione indubbiamente meno pesante, che tuttavia non si traduceva interamente in un alleggerimento della fatica, dato che, al fine di rendere più economico il costo delle operazioni, di solito si preferiva impiegare carusi più giovani, spesso al di sotto dell’età legale.
Ebbero mutamenti anche i rapporti di lavoro. Il cottimo continuò ad essere il contratto più diffuso, ma rispecchiava una realtà diversa. Esso si era modificato nella forma della “ partita “ o piccolo cottimo collettivo. La lavorazione di un cantiere non era più affidata ad un picconiere partitante, che aveva sotto di sé picconieri a giornata e carusi, ma era assegnata ad una squadra formata normalmente da due o sei picconieri che si dividevano i proventi del lavoro di estirpazione, calcolato secondo il numero di vagoncini di minerale consegnati. Se il cantiere era lontano dalla galleria di carreggio, la squadra assumeva a giornata qualche caruso. I vagonari, invece, dipendevano dall’esercente ed erano retribuiti secondo il numero di carrelli estratti.
All’esterno delle miniere la fusione del minerale avveniva per mezzo dei forni Gill che avevano un rendimento maggiore dei vecchi calcaroni, mentre la fisionomia dei lavoratori non cambiò, poiché fare l’arditore ai forni non era molto diverso dal farlo ai calcaroni. Dato che l’adozione dei forni consentiva di fondere lo zolfo durante tutto l’anno, i lavoratori all’esterno non costituivano più manodopera stagionale, ma essi risultavano inseriti più strettamente nel processo produttivo ed in quanto tali divenivano meno marginali nel gruppo professionale.
Prof.ssa Ermelinda Ciaurella
Geologo Alfio Calabrò

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03Mag

LA VITA NELLE MINIERE DI ZOLFO (1° PARTE)

3 Maggio 2015 Alfio Calabrò Articoli

 LA VITA NELLE MINIERE DI ZOLFO: ASPETTI LAVORATIVI
( PRIMA PARTE )
Il lavoro nelle miniere di zolfo comportava un numero di addetti elevato e diversificato, che in relazione al tipo di prestazione venivano divisi in interni: picconieri, carusi, spesaiuoli, pompieri, ed esterni: calcaronai, arditori, capimastri e per prestazioni d’opera saltuarie falegnami e fabbri ferrai.
Il peso della lavorazione sotterranea era sostenuto principalmente dai picconieri e dai carusi. I picconieri erano l’élite professionale degli zolfatari, la categoria che rappresentava il punto di arrivo della loro carriera, quella da cui provenivano i capomastri, i tecnici di formazione operaia che avevano un ruolo essenziale nella vita delle zolfare. Le mansioni del picconiere richiedevano di per sé uno sforzo muscolare notevole perché staccavano il minerale, nei giacimenti sotterranei, con il piccone, dal peso variabile tra i 5 e i 6 chilogrammi e all’occorrenza con l’ausilio di mine. Tutto ciò era reso più gravoso dalle condizioni dell’ambiente sotterraneo: il caldo eccessivo, la presenza di gas e di acqua, la polvere e la mancanza d’aria, la scarsità della luce, l’angustia e la conformazione irregolare dei cantieri. A ciò si aggiungeva il rischio sempre presente di crolli, incendi ed inondazioni, tutti pericoli che lo tenevano in una condizione psicologica di continua tensione.
L’altra categoria fondamentale dei lavoratori sotterranei era quella dei trasportatori, appartenenti a tutte le età, ma detti carusi perché fra di essi erano numerosi i ragazzi. Diventare picconieri era la loro massima aspirazione, ma per molti ciò si rivelava impossibile; infatti dei quasi quattordicimila trasportatori che, nel 1890, erano impiegati nelle zolfare, due terzi avevano un’età superiore ai quattordici anni e tra questi molti dovevano essere gli adulti destinati a rimanere carusi per tutta la vita.
I carusi avevano come unica mansione quella penosissima di trasportare a spalla, per mezzo di sacche e ceste, il minerale dall’interno all’esterno delle zolfare. Questa operazione era faticosissima ed avveniva in condizioni talmente disagevoli da rendere disumano il lavoro. Essi, del tutto ignudi, camminando in fila attraverso i cunicoli e salendo i gradini ripidissimi e malamente costruiti delle discenderie, con il respiro reso affannoso dallo sforzo e dalla cattiva circolazione dell’aria, trasportavano all’esterno carichi che variavano da venti ad ottanta chilogrammi e facevano un numero di viaggi che andava da un massimo di cinquanta ad un minimo di dieci per le escavazioni più profonde.
Nell’interno delle zolfare lavoravano altre categorie che avevano una consistenza numerica molto inferiore ed assolvevano il compito di assicurare le condizioni materiali indispensabili per il lavoro di picconieri e trasportatori.
Erano questi gli spesaiuoli, operai generici addetti alla ricerca di nuovi giacimenti, all’apertura di fori per la ventilazione delle gallerie, ai lavori di rinforzo in muratura o in legno e gli acquaroli o pompieri, impiegati nella eduzione manuale dell’acqua, che svolgevano l’operazione lavorativa più ingrata con i piedi sempre immersi nelle acque spesso sature di idrogeno solforato, le cui inalazioni costituivano una delle fonti di maggiore pericolo per chi lavorava all’interno. In questo lavoro venivano impiegati tutti coloro che avevano un impedimento fisico e non erano in grado di maneggiare il piccone.
La stratificazione professionale dei lavoratori dell’esterno delle zolfare era poco complessa. I calcaronai erano addetti al riempimento delle fornaci entro cui fondeva lo zolfo, un’operazione che richiedeva notevole perizia soprattutto nel posizionare il minerale grezzo e nel proporzionare lo strato di rosticcio che doveva ricoprirlo alla sommità. Gli arditori erano addetti alla conduzione del calcarone che, alla fine dell’ottocento, era il mezzo di fusione dello zolfo più diffuso.
Una figura sociale particolarmente importante era quella del capomastro.
Si trattava, generalmente, di un ex picconiere che l’amministrazione promuoveva a mansioni di sorveglianza e di organizzazione, valorizzandone la riconosciuta esperienza. La sua posizione mediana tra il coltivatore della miniera e gli zolfatari gli consentiva di approfittare dell’uno e degli altri. Spesso i capimastri appartenevano alla mafia ed erano mal visti dai picconieri e dai carusi.
Questa descrizione delle operazioni lavorative e della varietà professionale degli zolfatari ci fa vedere quello che era il tratto dominante del loro mestiere, il fatto, cioè, che la loro attività lavorativa si reggeva interamente su un uso primordiale dell’energia umana.
La legislazione mineraria era regolata in Sicilia dal diritto fondiario, che secondo il precetto romano applicato dai Borboni e in seguito fatto proprio dal governo italiano, estendeva la proprietà di un suolo usque ad inferos.
Da tale stato di diritto, derivava un primo inconveniente a causa del frazionamento in superficie della proprietà privata, che non rispecchiava ciò che la natura aveva creato nel sottosuolo come bene da valorizzare; in tali condizioni, il più delle volte, lo stesso giacimento apparteneva a diversi proprietari con interessi contrastanti e quindi, quando non si poteva pervenire ad una gestione unica venivano aperte diverse unità minerarie con vie d’accesso indipendenti.
Il grosso proprietario raramente coincideva con l’esercente, spesso non sapeva né il numero, né il nome delle zolfare che gli consentivano di condurre un’esistenza agiata e oziosa nelle città europee. Conservatore per eccellenza, tradizionalista, il proprietario preferiva contare su un guadagno continuo e sicuro e, se disponeva di capitali, preferiva acquistare altra proprietà invece che investirli in imprese minerarie che, tra quelle industriali, presentavano un maggiore rischio.
I proprietari concedevano in gabella sia le terre che le miniere, imponendo per queste ultime degli obblighi assurdi per salvaguardare i loro diritti, mentre, quale compenso riscuotevano una quota in natura dello zolfo prodotto, cioè il cosiddetto estaglio, del quale il valore medio si aggirava al 20%. Questa aliquota, chiaramente parassitaria, era enorme perché il proprietario non partecipava agli investimenti occorrenti per l’apertura della miniera e il più delle volte il gabelloto doveva anche pagare le imposte e lo stipendio al rappresentante del proprietario. Infine, tra gli inconvenienti, vi era il fatto che il contratto di gabella normalmente veniva effettuato con scadenza a breve termine ( tra i 9 e i 12 anni ) nella speranza che, se la miniera risultava ricca, allo scadere del contratto il proprietario poteva ottenere un estaglio più vantaggioso.
In tali condizioni, i lavori di preparazione si riducevano al minimo indispensabile, mentre erano nulli o quasi gli investimenti per gli impianti, non essendovi alcuna garanzia per il loro ammortamento.
A sua volta il gabelloto, poiché alla scadenza del contratto doveva riconsegnare tutti gli impianti fissi ( fabbricati, pozzi, gallerie, forni ) non era interessato ad investimenti produttivi, anzi molto spesso subconcedeva la miniera per ottenere, senza impiego di risorse finanziarie o tecniche, una forma di rendita, quindi, egli preferiva sfruttare intensamente il lavoro umano piuttosto che rischiare capitali in miglioramenti strutturali.

Geologo Alfio Calabrò,

Prof.ssa Ermelinda Ciaurella

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