SCIOPERI E AGITAZIONI SINDACALI NELLE MINIERE DI ZOLFO IN SICILIA (TERZA PARTE)

Negli anni ’50, il salario contrattuale dei minatori andava da un minimo di £.1300 per l’operaio comune ad un massimo di £.1540 per l’operaio specializzato in provincia di Agrigento, da £.1263 a £.1504 in provincia di Enna, da £.1247 a £.1495 in provincia di Caltanissetta. Certamente si trattava di un salario più elevato delle altre categorie, dal quale, però, venivano fatte parecchie detrazioni. Innanzitutto, andava detratta la spesa giornaliera per il trasporto dal paese alla miniera e viceversa. Considerata la notevole distanza dal centro abitato al luogo di lavoro, tale spesa raggiungeva in alcuni casi, come alla miniera Cozzo Disi di Casteltermini, il 10-15% del salario giornaliero; in generale, invece, incideva del 7-10%.
Il salario mensile convenzionale si otteneva moltiplicando la paga giornaliera per 25 giornate di lavoro. Ma la quasi totalità dei minatori effettuava mediamente 20-22 giornate lavorative e il salario effettivo si aggirava sulle 20-25 mila lire mensili. Su questa cifra un’altra sottrazione era rappresentata dal costo degli scioperi, che nelle zolfare non avvenivano solo per la conquista di determinate rivendicazioni, ma anche per mancato pagamento di salari.
Da tutto ciò si possono immaginare le condizioni di vita e di salute che erano possibili con un tale salario.
Un altro motivo che portava gli zolfatari a scioperare era quello della sicurezza sui posti di lavoro. Infatti, la pericolosità dell’ambiente di lavoro spesso produceva dei gravi infortuni e in alcuni casi anche la morte, infatti l’esplosione del grisou ( miscela di aria e metano ) era molto frequente, perché gli operai erano muniti di acetilene a fiamma libera per l’illuminazione delle gallerie durante le fasi di escavazione.
Nel 1948 si ebbero 2 infortuni al giorno che salirono a 4 nel 1949, a 7 nell’anno successivo, a 8 nel ’50, a 11 nel 1952, a 13 nel 1953. In questi cinque anni si erano avuti più di 20.000 infortuni e oltre 150 morti.
A causa dell’aumento pauroso degli infortuni, il governo regionale siciliano, accogliendo la richiesta dei lavoratori, approvò la legge di polizia mineraria che istituì, per la prima volta in Italia, i delegati alla sicurezza delle miniere, eletti democraticamente dai lavoratori.
Progressi notevoli, invece, erano stati fatti nel campo della lotta alle malattie professionali dei minatori. L’anchilostomiasi era stata debellata, ma, molto frequente, era l’anemia tipica dello zolfataro ( volto olivastro ), dovuta ad azione di contagio in conseguenza delle condizioni igieniche molto precarie.
Infatti, il minatore non indossava una tuta fornita dall’amministrazione dell’azienda, ma portava le scarpe ed i vestiti più logori e vecchi, perché l’indennità per vestiario e scarpe, prevista dal contratto, era una cifra così esigua che giustificava questa condizione.
Nel giugno del 1952 si tenne, a Caltanissetta, un Convegno regionale sugli infortuni e sulla protezione sociale nelle miniere.
Il Convegno rilevò: il crescente numero degli infortuni, l’impossibilità di una pronta assistenza infortunistica e sanitaria dei lavoratori, determinata dalla inadeguata attrezzatura sanitaria delle miniere, l’insufficienza degli alloggi, delle strade di comunicazione e delle vie di accesso alla miniera, i ritardi e l’eccessivo fiscalismo con cui venivano pagate ai lavoratori le prestazioni previdenziali, e, si rivolse ai datori di lavoro e all’Ente Zolfi Italiani affinché si occupassero delle esigenze dei lavoratori delle miniere e all’Ispettorato del Lavoro e al Distretto minerario affinché vigilassero in maniera più decisa per ottenere dai concessionari l’esecuzione delle leggi vigenti.
Nettamente positive furono le conquiste sociali dei lavoratori nel campo della legislazione mineraria siciliana.
Infatti, dal 1950 fino al 1964, in tutte le miniere della Sicilia gli operai scioperarono per la riforma della legislazione mineraria e per le questioni salariali.
Nel settembre 1954, i delegati delle Organizzazioni dei lavoratori delle zolfare siciliane aderenti alla C.G.I.L. hanno tenuto, a Grotte, un convegno per esaminare e definire la posizione dei minatori siciliani in relazione ai problemi dell’industria zolfifera e alle condizioni dei suoi lavoratori.
Le discussioni del Convegno sono approdate in una “Carta di rivendicazione del minatore siciliano” che conteneva alcuni provvedimenti da adottare, per l’industria e per le parti sociali, da parte del Governo regionale.
Ma la mancata risposta da parte di quest’ultimo alle richieste avanzate, fece decidere ai lavoratori di attuare un’occupazione simbolica per 24 ore di tutte le miniere di zolfo della Sicilia.
Negli anni seguenti furono registrati scioperi e agitazioni sindacali per il pagamento di salari arretrati, fino a quando, nel 1958, si giunse alla liquidazione dei salari arretrati nella quasi totalità delle imprese minerarie. Tale liquidazione ha giovato ad eliminare gran parte delle agitazioni di carattere locale per la mancata corresponsione dei salari.
Ma a funestare le vittorie di quell’anno, fu la catastrofe della miniera di Gessolungo ( Caltanissetta ), nella quale morirono 14 lavoratori e 64 rimasero feriti, avvenuta, il 14 febbraio, per l’accensione ed esplosione di particelle di zolfo accumulatesi in una galleria in seguito al brillamento di una mina.
Il Governo nazionale intervenne immediatamente, adottando le opportune misure e mettendo a disposizione del governo regionale tecnici e mezzi. Ai familiari delle vittime e ai feriti furono liquidate le rendite Inail, precisamente 425 mila lire alle famiglie degli operai deceduti e 60 mila lire a ciascuno dei feriti.
Questa sciagura riproponeva, tragicamente, il problema delle condizioni di lavoro nelle miniere siciliane. Le organizzazioni sindacali chiedevano una più rigida applicazione delle leggi sulla sicurezza del lavoro che miglioreranno sensibilmente con l’elaborazione delle norme di attuazione della legge regionale del 1956.
A partire dagli anni ’60, le agitazioni sindacali e i connessi scioperi nelle miniere si presentavano sotto un duplice aspetto: rivendicazioni di carattere sindacale tradizionale ( pagamenti di arretrati, miglioramenti economici, stipulazione di contratti integrativi ) ed iniziative per l’attuazione delle provvidenze legislative regionali per la tutela e la riorganizzazione dell’industria mineraria dell’isola.
A questo tipo di agitazioni se ne aggiunse, nel 1964, uno nuovo, quello riguardante l’incidenza, sulla situazione degli operai, dell’entrata in funzione dell’Ente Minerario Siciliano.
L’Ente, infatti, avrebbe dovuto affrontare il problema del mantenimento del personale nelle miniere assorbite da esso, sia di sali potassici che di zolfi.
In relazione a tale problema si erano adottate, in alcune miniere di zolfo, delle misure di riduzione del personale ed in altre dei preannunci di chiusura. Alla fine di ottobre, poi, si era diffusa la voce che gli organi amministrativi dell’Ente avrebbero avuto in corso di elaborazione un piano di ridimensionamento delle miniere di zolfo assorbite, ed in particolare della Gessolungo, della Juncio Tumminelli e della Saponaro, di Caltanissetta, e di quelle del bacino di Aragona, con la riduzione a metà del personale, per una cifra di 3.000 lavoratori.
A questa notizia le organizzazioni sindacali dei lavoratori intervenivano protestando presso le Autorità regionali, accompagnando la protesta anche con occupazioni di miniere e preannunci di scioperi provinciali e regionali.
In particolare, le organizzazioni dei lavoratori chiedevano un programma d’iniziative da parte dell’Ente per il reimpiego della manodopera, distolta dalle zolfare da smobilitare, nei settori del salgemma, degli idrocarburi, e negli stabilimenti industriali da crearsi dall’Ente, subordinando i licenziamenti a tale reimpiego.
Nel 1964, in virtù del suddetto piano di ristrutturazione, anche le zolfare Emma, San Pietro, Manda Principe e Taccia ( del bacino Grotte-Aragona ) vennero smobilitate. Gli operai più giovani furono assegnati ai corsi di qualificazione ( a Caltanissetta e ad Enna ), mentre gli anziani ottennero il trasferimento alla miniera Ciavalotta prima e dopo alla Lucia ( bacino di Favara ), poiché in esse esistevano obiettive esigenze di un approfondimento del pozzo, in modo da portarlo da 60 a 150 metri di profondità.
Quindi, l’istituzione dell’EMS, invece che rafforzare il programma di riorganizzazione dell’industria zolfifera, ne accelerò il processo di smobilitazione.
Il governo regionale prese, allora, impegni formali che furono concretizzati con l’approvazione della legge n. 42, del 1975, che prevedeva il ridimensionamento del settore zolfifero. In virtù di questa legge, chiuse le miniere del bacino aragonese, gli operai di età superiore ai cinquant’anni furono messi in prepensionamento, mentre i più giovani rimasero in forza alla Ciavalotta e alla Lucia.
Negli anni seguenti tutto fu fatto perché all’industria zolfifera siciliana fosse aperta la strada dell’avvenire. Questa battaglia fu sostenuta dalle migliori forze disponibili della società siciliana: scienziati, tecnici, politici, legislatori, oltre che dagli operai e dalle popolazioni dei centri zolfiferi interessati nel Nisseno, nell’Agrigentino, nell’Ennese.
Ma quella battaglia non ha dato i risultati previsti, in quanto, col passare degli anni, avvenne la chiusura definitiva di tutte le miniere, che, comunque, non ha dato luogo ad una catastrofe sociale. Gli operai hanno perduto il posto di lavoro, ma non ne sono rimasti vittime, perché hanno avuto modo, grazie ai provvedimenti sociali richiesti per tanti anni e ottenuti, di percepire un reddito previdenziale per vivere.
Prof.ssa Ermelinda Ciaurella
Geologo Alfio Calabrò

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