SCIOPERI E AGITAZIONI SINDACALI NELLE MINIERE DI ZOLFO IN SICILIA (SECONDA PARTE)

Il governo, sotto l’incalzare delle nuove agitazioni, nel luglio del 1904, procedeva alla costituzione del “Sindacato obbligatorio siciliano di mutua Assicurazione per gli infortuni sul lavoro nell’industria dello zolfo”, approvandone lo statuto.
Due anni dopo, in occasione della legge sul Consorzio obbligatorio, veniva istituito un fondo speciale, costituito mediante un prelevamento di 50 centesimi per ogni tonnellata di zolfo venduto, da distribuire sotto forma di sussidi a favore di operai invalidi o vecchi.
Infine, nel 1907, furono dettate speciali disposizioni per la liquidazione degli infortuni nelle zolfare, in esecuzione della legge del 1904.
Questi ultimi, furono anni di alta conflittualità, anche se, i risultati più favorevoli si erano avuti per gli scioperanti aderenti a leghe che, a loro volta, rappresentavano quasi la metà del totale. Essi avevano sperimentato la maggiore efficacia delle rivendicazioni che non si limitassero ai soli aumenti salariali, ma avevano scoperto il valore dell’associazione ed erano riusciti ad esprimere, dalle loro file, figure di dirigenti come il picconiere Denaro, il presidente della lega degli zolfatari di Caltanissetta, che ebbe una parte di primo piano negli scioperi del 1903.
Il diffondersi dell’associazionismo di categoria all’inizio del secolo non ebbe negli anni seguenti un ulteriore consolidamento. Infatti, le leghe erano organismi precari, isolate tra di loro, che risentivano di un contesto povero di strutture associative. Nel 1906, in occasione del Congresso socialista siciliano tenuto a Caltanissetta, si proclamò la costituzione di una federazione di zolfatari che non ebbe successo. All’inizio del 1909 si costituì una federazione con sede a Favara, che un anno dopo veniva data per inattiva. Nel 1913, al Congresso delle leghe zolfifere, dopo un’ampia discussione sui provvedimenti legislativi di tutela del lavoro minerario, si giunse, quasi in sordina, alla fondazione di una federazione.
Nell’insieme, in questi tentativi si scontava una sorta di incapacità del movimento economico degli zolfatari a diventare un vero e proprio movimento sindacale. Il risvolto negativo di tutto questo era che la combattività non era pienamente valorizzata e non si traduceva in una corrispondente forza contrattuale.
Nel periodo bellico vi fu una drastica riduzione della produzione e, a causa della chiamata alle armi, le agitazioni nelle miniere cessarono.
Ma, negli anni 1919-20, riprese l’offensiva operaia per il recupero dei salari erosi dall’inflazione.
I minatori volevano equiparato il salario all’aumento dei generi di prima necessità e dello stesso prezzo dello zolfo; gli esercenti, invece, lamentavano il gonfiarsi dei costi di produzione. L’inconciliabilità delle due posizioni portò molti, nel mondo politico ma anche in quello industriale, a porsi il problema, per la prima volta, di colpire la rendita come fattore di riequilibrio dei costi, in modo da aprire spazio agli aumenti salariali.
L’agitazione operaia chiedeva, inoltre, la libera disponibilità per i lavoratori di una parte dell’estaglio. A questo punto, veniva presentato un progetto di legge che prevedeva la demanializzazione del sottosuolo, previo rimborso ai proprietari, in modo che lo zolfo rimaneva una risorsa esclusivamente siciliana. Nell’ottobre del 1920 gli stessi zolfatari bloccavano nelle miniere il minerale destinato all’estaglio ed infine, la mediazione del prefetto di Caltanissetta stabilì la concessione ai lavoratori di una frazione della rendita.
La situazione cambiò tra la fine del 1921 e l’inizio del 1922. A partire dal dopoguerra, il Consorzio aveva giocato al rialzo dei prezzi, in modo da sostenere tutti i redditi zolfiferi, cercando, ancora una volta, la mediazione tra le parti sociali in conflitto. Al variare della congiuntura l’istituto non ebbe quindi il coraggio di ribassare i prezzi.
Fino ad allora lo zolfo siciliano era rimasto al riparo della concorrenza, per effetto della guerra e, dopo, per il livello proibitivo dei noli marittimi, ma quando, tra la fine del ’21 e l’inizio del ’22, i noli ribassarono improvvisamente ad un quinto, lo zolfo americano invase i mercati europei.
L’intera produzione siciliana rimase invenduta e il Consorzio, abbandonato dagli enti finanziatori ( Banco di Sicilia e Banca mineraria ), sospese le anticipazioni.
Questa volta furono gli esercenti ad agitarsi massicciamente. Una serrata di diversi mesi volle rappresentare una decisa pressione per richiedere un intervento di salvataggio governativo, operazione durante la quale, ancora una volta, le organizzazioni operaie svolsero una funzione di sostegno alle richieste padronali.
L’agitazione ottenne un intervento legislativo nel gennaio 1923. Tra le varie provvidenze, lo Stato garantiva lo smaltimento, a prezzi vantaggiosi, dello zolfo e si impegnava nel finanziamento del Consorzio, ma a pagare sarebbe stata la futura produzione.
Il regime fascista, puntò sulla proprietà fondiaria come asse forte delle classi dirigenti nell’isola e, quindi, come proprio naturale interlocutore.
Eliminata l’influenza politica degli zolfatari, nel luglio 1927, fu approvata una legge che aboliva la proprietà privata del sottosuolo, sottoponendo l’apertura delle nuove zolfare al rilascio di una concessione statale. Questa riforma, lungamente attesa ed invocata non dette gli immediati risultati sperati, specie perché non eliminò gli estagli che, inseriti in contratti retrodatati, in modo da sfuggire agli effetti della legge, continuarono ad esistere.
In questo periodo fino alla seconda guerra mondiale, le agitazioni sindacali si ridussero drasticamente, dato che il regime limitava la libertà d’azione della classe operaia.
Nonostante ciò, in quegli anni, furono approvate dal governo diverse leggi per agevolare il miglioramento delle condizioni igieniche e sociali degli operai addetti alle miniere di zolfo, con la costituzione di enti di previdenza sugli infortuni come l’I.N.A.I.L, l’istituzione di casse pensionistiche e la costruzione di alloggi popolari riservati ai minatori.
Nel 1945, la caratteristica fondamentale dell’industria zolfifera era costituita dalla sua arretratezza tecnica ed economica, dalla sua incapacità strutturale di produrre a costi competitivi di mercato.
Allora, la situazione delle miniere era molto precaria per i danni subiti in conseguenza della guerra. Molte di esse erano allagate ed ancora inattive. Le tariffe salariali dei lavoratori, non ancora rivalutate, non consentivano neanche di comprare un chilo di pane al giorno.
Verso la fine del 1944, l’organizzazione dei minatori siciliani diede vita alla Federazione regionale degli zolfatari che si differenziò, in tutte le località, dalle altre organizzazioni locali.
Si trattava di una organizzazione regionale centralizzata che riuscì, per un certo tempo, ad assolvere molto bene il compito di dare sviluppo al primo e vero grande movimento sindacale minerario siciliano. I minatori in ogni centro zolfifero aprirono le loro sedi, che chiamarono leghe, aderenti alla federazione regionale e ne accettarono le direttive, pagando le quote sindacali in modo plebiscitario ( una giornata di lavoro all’anno ) e portando avanti una serie di scioperi regionali, i quali ebbero la funzione di spezzare i particolarismi ambientali esistenti da miniera a miniera. Nasceva così un poderoso esercito operaio, armato di una coscienza nuova e moderna, che muoveva all’attacco dei retaggi feudali sia nelle miniere che nelle stesse abitudini degli uomini.
In realtà, dal 1946 in poi, i minatori siciliani non hanno fatto altro che lottare per il pagamento dei salari, per il rispetto del contratto di lavoro, per l’applicazione in Sicilia degli accordi nazionali, per lo sviluppo e il progresso delle attività minerarie isolane. E a questa lotta venivano chiamate categorie sempre più larghe di cittadini. In prima linea le donne dei minatori che, rompendo antiche tradizioni feudali che volevano la donna lontana dagli affari pubblici e dalle lotte sociali, erano sempre presenti nei momenti drammatici e decisivi. Quando gli uomini occupavano le miniere, esse organizzavano il vettovagliamento e stavano lì davanti alle gallerie ad attendere notizie dei loro cari, a tenere vivo il motivo della lotta, ad organizzare la solidarietà umana e politica, a richiamare le stesse forze dell’ordine a non considerare l’azione dei loro uomini in termini, semplicemente, polizieschi.
Durante gli scioperi e le manifestazioni di protesta, le stesse donne vi partecipavano attivamente coi loro bambini e andavano spesso in delegazione dalle autorità civili ed ecclesiastiche. Infatti negli scioperi, nelle occupazioni di miniere, i parroci simpatizzavano coi lavoratori e si mettevano contro gli industriali e contro i governanti che non provvedevano alle loro richieste.
Gli industriali zolfiferi siciliani, da parte loro, credevano di poter contestare ai lavoratori il diritto di godere del trattamento salariale stipulato, sul piano nazionale, dalle organizzazioni di categoria. Secondo loro, i minatori siciliani avrebbero dovuto percepire un salario regionale, che in ogni caso doveva essere sempre inferiore a quello nazionale di categoria. In tal modo, gli industriali volevano contenere e comprimere il fattore salariale che, tra i costi di produzione, era quello preminente e soprattutto più dinamico.
Da qui l’asprezza, la frequenza e la gravità delle lotte operaie nelle miniere di zolfo. Tra il 1945 e il 1955 non passò anno nel quale i lavoratori non fossero costretti a proclamare uno sciopero regionale al fine di ottenere l’applicazione del contratto di categoria. Generalmente si trattava di scioperi che duravano dai quindici ai trenta giorni, qualche sciopero più lungo si protrasse anche oltre i sessanta giorni.
La resistenza operaia fu molto tenace contro la smobilitazione delle miniere e per l’incremento della produzione. Le rivendicazioni più importanti, infatti, hanno avuto per obiettivo gli aumenti salariali, l’adeguamento del fondo pensioni, la maggiore sicurezza nel lavoro, per cui si arrivò, a volte, allo scioglimento ad oltranza ed all’occupazione delle miniere.
La prima occupazione, nell’ambito dell’intero bacino minerario, avvenne alla miniere “Emma“ di Aragona, negli anni ’50, minacciata dal pericolo mortale della smobilitazione. L’occupazione dei 400 operai che vi lavoravano durò circa un mese ed ebbe come obiettivo prioritario la regionalizzazione del settore zolfifero, per sottrarlo alla gestione privata dei gabelloti Graceffa e Vullo e il pagamento dei salari arretrati.
L’Assemblea regionale, rendendosi conto di questa drammatica situazione, aveva approvato una legge con la quale, alla miniera Emma, veniva concesso un mutuo di 70 milioni per il pagamento dei salari arretrati.
Con questa legge una parte delle necessità dei lavoratori di Aragona venivano accolte, ma rimaneva il problema della smobilitazione, che fu affrontato in un Convegno, tenutosi nell’aprile del 1951, al quale parteciparono parlamentari, uomini politici, tecnici di tutte le tendenze. La soluzione si trovò nelle relazione tecnico-amministrativa presentata dall’ing. Lorenzo La Rocca.
La relazione metteva in evidenza alcuni elementi fondamentali, come il fatto che con i recenti aumenti del prezzo dello zolfo, restando ferma la produzione, i 400 operai rendevano in misura tale da consentire il pagamento dei salari al 100% e coprire tutte le altre spese necessarie. Ma il bilancio attivo della miniera era possibile a condizione che non veniva più effettuata la trattenuta del 16% per il pagamento dei debiti dei gabelloti e venivano ridotte le spese di amministrazione. Senza questi due provvedimenti, invece, la miniera doveva chiudere e per evitare questo, fu eletta, dal convegno, una commissione unitaria con il compito di assicurare i mezzi e gli strumenti per salvare la miniera dalla chiusura e gli operai dalla disoccupazione.
Naturalmente le conquiste sociali e sindacali dei lavoratori, risentivano delle generali condizioni di ambiente della Sicilia. Persino sul piano sindacale vi era una differenza di trattamento salariale tra l’operaio siciliano e quello continentale. A parità di condizioni di lavoro, l’operaio siciliano percepiva in meno rispetto all’operaio del continente il 15-20% del salario globale.

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