RIORGANIZZAZIONE DEL SETTORE ZOLFIFERO DOPO LA CRISI DEGLI ANNI 50’ (1° parte)

Agli inizi degli anni ‘50, l’azione della regione consistette quasi unicamente in una continua erogazione di fondi per evitare che i lavoratori delle zolfare rimanessero disoccupati con riflessi sociali gravi, specie nelle provincie di Enna, Caltanissetta e Agrigento in cui la maggioranza della popolazione, direttamente o indirettamente, viveva sull’industria zolfifera. L'occupazione operaia che aveva raggiunto nel 1952 la punta massima di 12.100 addetti, cominciò a declinare scendendo a 9.359 nel 1957 e 7.200 nel 1960. La produzione siciliana incideva, ormai, con meno del 2% nel mercato mondiale, che era dominato per il 90% dalla produzione statunitense, inoltre, i costi dello zolfo siciliano erano di 45 mila lire a tonnellata contro le 20 mila lire di quello estratto con il metodo Frasch e lo zolfo di recupero del gas metano e del petrolio costava solo 12 mila lire. In queste condizioni appariva impossibile che l’industria zolfifera siciliana potesse portarsi al livello dei nuovi costi competitivi di mercato.
Bisognava, quindi, più che smobilitare l’industria zolfifera siciliana, promuovere la verticalizzazione, cioè il collegamento in loco della coltivazione delle miniere con quella dell’utilizzazione industriale del prodotto zolfifero per la produzione di acido solforico e altri prodotti chimici, come i concimi, utilizzando come materie prime insieme allo zolfo, anche i sali potassici e gli idrocarburi. Questa tesi fu portata avanti con molta forza dai sindacati. Ma lo sviluppo di una industria chimica siciliana veniva a cozzare con gli interessi delle grandi società nazionali, che detenevano in questo campo una posizione di monopolio. Pertanto, le autorità regionali e nazionali mostrarono di non incoraggiare alcun programma di verticalizzazione dell’industria zolfifera.

In queste condizioni, prese il sopravvento la tendenza tradizionalista del mondo imprenditoriale zolfifero, che credette di poter ritornare alla politica di sostegno e dei prezzi minimi garantiti. Questa posizione degli industriali fu appoggiata anche dalle organizzazioni sindacali. Ma l’atteggiamento dei sindacati era motivato dalla considerazione che, per effetto della crisi e della resistenza ad impostare una politica nuova di settore, la situazione nelle miniere diveniva ogni giorno più pesante. Gli operai restavano creditori dei salari maturati per mesi e mesi, le sciagure minerarie si moltiplicavano a ritmo crescente, gli industriali minacciavano la chiusura delle miniere o procedevano a licenziamenti più o meno massicci. Nel 1955, il governo regionale elaborò un Piano quinquennale di sviluppo economico e sociale della Sicilia.

Per quanto atteneva lo zolfo, la commissione del piano proponeva che ad integrazione dei provvedimenti di sostegno nazionali e regionali già deliberati, fossero adottati altri interventi volti a realizzare il completo ammodernamento e la meccanizzazione degli impianti di estrazione e di trattamento, l’utilizzazione sul posto del minerale di zolfo per la produzione di acido solforico, l’impiego diretto dei concentrati di flottazione soprattutto in agricoltura, l’intensificazione delle ricerche zolfifere nella speranza che presto potessero individuarsi giacimenti anche profondi di grande estensione. Ma le proposte del Piano quinquennale, purtroppo non ebbero seguito. In effetti, prevalse la politica di sostegno dello zolfo, che venne assunta integralmente dalla Regione. Così, fra il 1955 ed il 1958, vennero approvate tutta una serie di leggi con le quali furono autorizzati prestiti in favore alle aziende zolfifere per il pagamento dei salari e l’acquisto di materiali indispensabili alle lavorazioni minerarie. Più che altro, si trattava di leggi particolari, che miravano esclusivamente a tamponare certi situazioni di emergenza. Ma la crisi tendeva ad aggravarsi sempre più facendo avvertire l’inutilità di tutte quelle leggi tampone, tra l’altro estremamente gravose per il bilancio della Regione.

Nel 1956, la Regione istituiva una “Commissione per lo studio dei problemi dell’industria zolfifera”, chiamandone a far parte gli esperti italiani più qualificati dei settori interessati al problema, al fine di accertare se fosse consigliabile il mantenimento di una industria così costosa e quali fossero i mezzi più idonei per risanarla. Una tale indagine si rendeva ancora più necessaria in vista dell’istituzione del Mercato Comune Europeo che se offriva, da una parte i mezzi atti a superare la crisi, esigeva dall’altra che una volta superatala, l’industria si ponesse su un piano di assoluta economicità che consentisse di affrontare la concorrenza estera in un regime di liberi scambi prescindendo da qualsiasi intervento di sostegno diretto o indiretto.

Le conclusioni a cui pervenne la Commissione furono confortanti. In particolare, la possibilità di soluzione della crisi fu indicata nell’abbandono delle vie tradizionali per quanto riguardava i tipi di produzione e nella riduzione a misura minima dello zolfo fuso e nell’utilizzazione diretta del prodotto presso l’industria chimica. In relazione alle indicazioni fornite dalla Commissione, la Regione siciliana procedeva alla emanazione della legge 13 marzo 1959, con la quale si davano i mezzi finanziari necessari per attuare un piano generale di riorganizzazione delle aziende zolfifere, nel periodo massimo di cinque anni. In forza di questa legge, le singole aziende hanno elaborato i piani di riorganizzazione, sottoponendoli all’approvazione dell’apposito comitato governativo. I piani aziendali prevedevano eventuali licenziamenti o assunzioni di nuovo personale. Le miniere che alla fine del quinquennio raggiungevano costi di produzione economici erano autorizzate a proseguire nell’attività, le altre dovevano essere smobilitate. La Regione, inoltre, concedeva alle singole aziende mutui finanziari proporzionati alle esigenze di attuazione del piano di riorganizzazione, senza interessi e da rimborsare a partire dal sesto anno dopo l’approvazione del piano medesimo.

La mancata attuazione del piano di riorganizzazione aziendale comportava la decadenza della concessione mineraria. In favore dei lavoratori licenziati erano previsti interventi particolari: l’organizzazione di corsi e di cantieri di qualificazione professionale, la concessione di una speciale indennità pari al 50% del salario contrattuale nel periodo di attesa di una nuova occupazione calcolato fino ad un massimo di 18 mesi; la corresponsione di una indennità supplementare di licenziamento a quegli operai che al termine del periodo di attesa non avessero trovato un nuovo collocamento e la corresponsione di un contributo ai lavoratori delle aziende sotto gestione commissariale. Di particolare interesse era il diritto, riconosciuto agli operai licenziati, di avere la precedenza ai fini del collocamento nelle altre attività minerarie regionali ( idrocarburi, sali potassici ).

Altri provvedimenti riguardavano alcune forme incentivanti di contributi per la verticalizzazione dell’industria zolfifera mediante la costruzione di impianti chimici consumatori di zolfo; tutto questo nel quadro di una politica che faceva esclusivo affidamento all’iniziativa privata. Senza dubbio, questa legge creò una situazione giuridica, economica e finanziaria nuova nel settore minerario isolano anche se, mancò l’obiettivo principale: quello di risolvere la crisi zolfifera. Nello stesso periodo l’Ente Zolfi Italiani avviava una serie di studi, con il concorso finanziario dello Stato e della Regione, per approfondire la possibilità ed i mezzi di un razionale risanamento dell’industria zolfifera. Questi studi riscossero l’approvazione del Comitato Italo Tedesco di Cooperazione Economica che, a tal fine, concesse un contributo per la loro esecuzione.

Gli studi furono compiuti dall’Ente Zolfi con l’ausilio di Istituti esteri specializzati: in primo luogo la Veruschacht di Essen e la Fraser and Weir di Chicago. Le conclusioni degli studi, illustrate al “Convegno Nazionale dello Zolfo” tenuto a Palermo nel marzo 1961, furono confortanti. Infatti, gli esperti stranieri riconobbero unanimamente le possibilità di superare la crisi strutturale dell’industria zolfifera siciliana attraverso l’integrale riorganizzazione di tutto il complesso industriale: dalla riorganizzazione delle singole miniere, alla destinazione di tutta la loro produzione, limitata al minerale e ai concentrati, alle industrie chimiche ubicate in prossimità dei bacini minerari. La mozione conclusiva del Convegno teneva conto di due fondamentali obiettivi: la salvaguardia della stabilità del posto di lavoro, cioè la piena occupazione degli operai nelle aziende e nei complessi chimici e la garanzia di una attività produttiva dell’industria che non sia artificiosamente protetta fino al punto di vivere parassitariamente nel corpo vivo dell’economia nazionale, ma sia, invece, in condizioni di svilupparsi liberamente e di contribuire al progresso generale del paese.

Intanto, nel settembre 1962, la C.E.E. istituiva un comitato di collegamento e azione per l’industria dello zolfo in Italia che, nel novembre del 1963, presentò alla C.E.E. un rapporto sulla situazione del settore. Sia il programma del governo Italiano che il rapporto del comitato ritenevano impossibile una pura e semplice riorganizzazione economica della produzione e indicavano nell’agganciamento all’industria chimica il solo modo di prolungare la vita di quella zolfifera.

Geologo Alfio Calabrò
Prof.ssa Ermelinda Ciaurella

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