PRODUZIONE ZOLFIFERA DALL’INIZIO DEL XIX ALLA PRIMA META’ DEL XX SECOLO (1° parte)

L’incremento delle esportazioni zolfifere divenne rilevante a partire dal 1815, stimolato dall’intensa attività delle fabbriche inglesi e francesi di acido solforico e soda artificiale. L’aumento della domanda fu tale da superare di molto la produzione, i prezzi si elevarono rapidamente raggiungendo nel 1833 il massimo storico di 55 tarì al cantaro ( 80 Kg ) di zolfo fuso e la produzione fu intensificata, provocando il trasferimento di numerosa manodopera dall’agricoltura alle zolfare. Considerando che la produzione era concentrata, per la maggior parte, nelle tre province di Enna, Agrigento e Caltanissetta, il numero dei lavoratori sottratto ai campi fu elevato.

In quel periodo risultavano già in esercizio le prime grandi miniere dei principi Trabia a Sommatino e S. Elia a Piazza Armerina ( Grottacalda ), della casa ducale Monteleone a Favara ( Lucia ). Nel decennio successivo entrarono in attività nel bacino nisseno la Trabonella e la Juncio di Caltanissetta, la Floristella e la Galizzi a Castrogiovanni, la Gallitano a Mazzarino. La crescente domanda delle industrie europee, scatenò in pochi anni la corsa alla ricerca del minerale nel sottosuolo. Ma questa disordinata e frenetica attività di ricerca non favorì chi trovò delle miniere. Infatti le forti spese di trasporto fino ai caricatoi, distanti dalle nuove miniere e il costo della manodopera fortemente elevato a causa della gran richiesta, resero eccessivi i costi di coltivazione di queste zolfare. Dalla fine del 1833 i prezzi cominciarono a scendere, mentre la produzione non si riduceva al di sotto dei costi medi di produzione che si aggiravano sui 12-14 tarì.

Data la situazione una riduzione della produzione avrebbe dovuto imporsi, ma i produttori sperando di ritrovare gli antichi prezzi e spinti dalla necessità di coltivare le miniere, che se non coltivate sarebbero state invase dalle acque, proseguirono gli scavi, rovinando definitivamente il mercato, dominato dai commercianti stranieri che, grazie ai depositi di cui disponevano, dettavano le regole di mercato comprando sottocosto. In realtà a godere dei benefici degli alti prezzi degli anni 1830-33, più che i produttori erano stati gli speculatori e i trafficanti. Il commercio dello zolfo era in mano a pochi grandi esportatori, per lo più inglesi e in minor numero francesi, che approfittando della scarsità di capitali esistente in Sicilia, si accaparravano le scorte di zolfo.

La gravità della crisi indusse i produttori a rivolgersi per aiuto al governo napoletano che cercò di correre ai ripari. La situazione sembrò doversi trovare in una riduzione della produzione in modo d’adeguarla alla domanda del mercato. Per ottenere ciò si decise di ricorrere alla stipula di una convenzione con la quale si concedeva ad una compagnia francese, la TAIX &AYCARD, il monopolio sul commercio minerario e il controllo delle quantità prodotte. In base a quest’accordo veniva fissato un limite massimo all’estrazione annua pari a 600.000 cantari, 300.000 in meno di quanto fosse stimata la produzione stagionale. La compagnia si impegnava ad acquistare tale ammontare ad un prezzo medio di 23 tarì al cantaro e a corrispondere a ogni produttore, un indennizzo di quattro tarì per ciascuno dei 300.000 cantari dei quali veniva vietata la produzione. A loro volta gli esercenti e i negozianti che avessero voluto esportare in proprio, senza depositare lo zolfo all’ammasso, avrebbero dovuto pagare un premio di venti tarì per cantaro a favore della società privilegiata.

Le proteste dei negozianti siciliani e soprattutto di quelli inglesi costrinsero il governo napoletano a prendere in considerazione una sua revisione; fino a che entrò in campo la diplomazia e la flotta britannica, che con l’azione dimostrativa dell’aprile 1840 costrinsero il Re all’immediata risoluzione dell’accordo e a trattare di conseguenza un oneroso indennizzo sia agli azionisti della Taix, sia ai sudditi inglesi danneggiati dall’esperimento del monopolio. Il fallimento del primo tentativo di disciplina obbligatoria del commercio zolfifero, rendeva evidente l’asprezza dei rapporti di subordinazione economica tra paesi industrializzati e paesi produttori di materie prime e la debolezza del monopolio naturale siciliano nel contesto internazionale del nascente imperialismo.

L’esistenza di grandi depositi di zolfo, dovuta al mancato collocamento del prodotto dopo il 1840, aggravò, ancora di più, il rallentamento in atto nella coltivazione delle zolfare che, dopo un’effimera ripresa, si accentuò nel biennio 1848-49, sia per gli avvenimenti politici che per le sfavorevoli condizioni meteorologiche. A queste fasi di difficoltà produttiva, si aggiunsero qualche anno dopo le preoccupazioni per il successo dei primi esperimenti che impiegavano le piriti di ferro per ottenere l’acido solforico, questi lasciavano intravedere la possibilità di un brusco calo della domanda inglese e francese. Fortunatamente, l’industria dello zolfo trovò un nuovo importante sbocco come rimedio ad una grave malattia della vite, l’oidio, che dal 1850 s’era diffuso in Europa, colpendo specialmente le regioni del meridione francese dove la produzione dei vini si ridusse fino alla metà.

Fra i vari rimedi provati, l’unico che si dimostrò di notevole efficacia e che si diffuse in tutte le regioni vinicole, fu quello della solforazione delle viti sia come cura che come profilassi. Dopo il 1850, si ebbe un forte aumento della domanda e dell’esportazione diretta in prevalenza verso gli Stati Uniti, la Germania, l’Olanda, l’Austria e l’Ungheria, mentre diminuiva la domanda anglo-francese. Un'altra causa che favorì l’aumento dell’esportazione fu la guerra di Crimea per la necessità di zolfo che ebbe l’industria bellica. Il periodo compreso tra il 1860 e il 1875 fu positivo per l’industria zolfifera siciliana: infatti la produzione passò da 150.000 a 250.000 tonnellate di zolfo, il prezzo aumentò da 120 lire a 140 lire a tonnellata e l’esportazione passò da 140.000 a 240.000 tonnellate.

La relativa stabilità dei prezzi come pure il costante incremento sia della produzione che dell’esportazione, avevano incoraggiato gli investimenti nella produzione e nel commercio dello zolfo, oltre a consentire una certa tranquillità economica a quanti vivevano di questa attività. A parte la leggera contrazione del biennio 1864-65, i prezzi medi si erano mantenuti ad un alto livello, toccando punte eccezionali negli anni 1874 e 1875. Oltre alla domanda esterna, altre cause favorirono l’aumento della produzione, quali lo sviluppo delle costruzioni ferroviarie nell’isola e i miglioramenti nelle tecniche di produzione che, riducendo i costi e le perdite di minerale durante la fusione, permisero lo sfruttamento di quelle miniere considerate fino ad allora non convenienti. Anche nel campo dell’istruzione professionale vi furono dei progressi: nel 1862, fu istituita, a Caltanissetta, la prima scuola italiana per la formazione di personale tecnico minerario.

La discesa dei prezzi che a partire dal 1873-75 contrassegnò per circa un ventennio l’economia mondiale, colpì gravemente l’industria zolfifera siciliana annullando in gran parte quei progressi che si erano avuti negli anni precedenti. Infatti i prezzi, che nel periodo 1860-1875 erano risultati in media di lire 124 a tonnellata, scesero nel decennio successivo ad una media di 100 lire, per raggiungere il minimo prezzo di 55 lire nel 1895. Nonostante la crisi del ventennio 1875-1895, gli esercenti aumentarono la produzione, favorendo l’abbattimento dei prezzi. Tutto questo si rifletteva sulle condizioni degli operai, che già oppressi da condizioni di vita e lavoro difficili, si sentivano minacciati e colpiti nelle retribuzioni. Il salario medio passò da 2,90 lire a 1,90 lire, con una diminuzione del 34%.

Per fronteggiare la situazione gli zolfatari crearono i primi circoli e le prime società operaie che, più tardi, divennero il nucleo dei Fasci dei lavoratori. Nello stesso periodo la reazione operaia cominciò a dar vita a forme di lotta sindacale e si ebbero 25 scioperi che interessarono circa 20.000 lavoratori. Per porre fine alle crisi che imperversavano sull’industria zolfifera, il governo concesse ad una compagnia anglo-italiana il monopolio del commercio dello zolfo e il diritto di porre delle limitazioni alla produzione. L’iniziativa per la formazione di questa società era partita da un gruppo di produttori, capitanati da Ignazio Florio, che rappresentavano circa l’80% della produzione. Nel 1896 nacque l’Anglo Sicilian Sulphur Company, una società a prevalente capitale inglese, che accentrò nelle proprie mani per circa un decennio la maggior parte dello zolfo prodotto nell’isola, ripetendo l’esperimento compiuto anni prima, sotto i Borboni, dalla società Taix-Aycard.

Quindi, l’Anglo-Sicula si impegnò ad acquistare per un decennio e a prezzi prefissati l’intera produzione delle miniere siciliane, col diritto però di limitarne l’offerta fino ad una esportazione massima di 340.000 tonnellate; nello stesso tempo essa riuscì a concludere patti vantaggiosi con le raffinerie di Catania che si obbligarono a lavorare esclusivamente gli zolfi forniti dalla società. L’adesione dei produttori non era, però, coatta ma volontaria e ciò rappresentava un elemento di debolezza perché la produzione controllata era soltanto una parte di quella totale, quando invece piccoli esercenti e proprietari rimasero liberi di vendere zolfo a prezzi di concorrenza. Per di più, mancando l’adesione di tutti i produttori, l’eventuale riduzione della produzione delle miniere controllate poteva essere resa vana dalla maggiore produzione di quelle libere.

Nonostante ciò, l’Anglo-Sicula ebbe un periodo di prosperità economica perché condusse una saggia politica dei prezzi per evitare che, in presenza di prezzi alti, i produttori indipendenti aumentassero la produzione superando sensibilmente la richiesta di mercato. La convenzione con l’Anglo-Sicula, peraltro, coincise con la forte ripresa dell’economia mondiale dopo la ventennale “grande depressione” e la inversione del ciclo riportò ad alti livelli la domanda internazionale di zolfo. Nel periodo 1895-1904 i prezzi medi per tonnellata salirono da 55 a 95 lire e l’esportazione aumentò da 364.000 a 537.000 tonnellate, consentendo alla società di distribuire lucrosi dividendi agli azionisti. Ma il successo conseguito fu attenuato dall’effetto negativo del formarsi di elevate giacenze, che rappresentavano una grave minaccia per l’industria zolfifera.

I programmi della Società vennero sconvolti dalla notizia che negli Stati Uniti un nuovo metodo di estrazione mineraria ( metodo Frasch ) dava la possibilità di estrarre zolfo già fuso da imponenti giacimenti scoperti nella Louisiana, abbassando notevolmente i costi di estrazione. I produttori timorosi della concorrenza statunitense sollecitarono il governo ad intervenire, costituendo un consorzio obbligatorio per tutti i proprietari ed esercenti di miniere; l’Anglo-Sicula fu posta in liquidazione e il governo accogliendo la richiesta istituì, nel 1906, il Consorzio Obbligatorio per l’Industria Zolfifera Siciliana.

Prof.ssa Ermelinda Ciaurella
Geologo Alfio Calabrò

Nessun commento ancora

Lascia un commento