L’INTERESSE DEGLI SCRITTORI ALLA VITA DEGLI ZOLFATARI

Il duro lavoro dei minatori ha suscitato l’attenzione dei più famosi scrittori siciliani.
Così Luigi Pirandello, forse perché era di Girgenti, forse perché il padre gestiva una zolfara, visse lo zolfo e gli zolfatari, ne percorse tutta la dimensione che poi rifluirà nella forma delle sue rappresentazioni. Egli sapeva che l’agiatezza in cui visse da giovane e la successiva situazione di disagio avevano relazione con lo zolfo, quindi ne conosceva il valore economico con tutte le implicanze che la merce deteneva.
Il suo romanzo I vecchi e i giovani viveva all’insegna dello zolfo. Girgenti e Roma, produzione dello zolfo e politica generale, risultavano strettamente collegate e la trama dei fatti trovava ragione proprio nello zolfo; il Salvo proprietario di zolfare che mandava a Roma il deputato Capolino, il suicidio di un ministro, l’omicidio dell’ingegnere minerario Costa, ucciso dai minatori delle zolfara di Aragona in rivolta.
Quindi, Pirandello seguiva la vicenda dello zolfo come merce, a cui gli uomini si chinavano con una sorta di devozione; per cui non si meravigliava quando i drammi della zolfara finivano nel tumulto degli zolfatari, nel sangue e nell’incendio.
Nella novella Il fumo, Pirandello tracciava, per bocca del personaggio Mattia Scala, una sorta di fenomenologia negativa della zolfara, poiché vedeva lo sconvolgimento ambientale che questa provocava. Descriveva, infatti, il momento della fusione, quando le campagne sarebbero state bruciate dal fumo, che diverrà l’elemento determinante, mezzo di distruzione e strumento di vendetta.
Nella novella Ciaula scopre la luna descriveva lo sfruttamento dei carusi.
Ciaula era talmente abituato alle fatiche della miniera che stava bene soltanto sottoterra, dove conviveva con le tenebre delle profonde caverne e non aveva paura. Egli, invece, si smarriva tra le cose del mondo quando il buio tiepido le copriva. E una notte che fu costretto a lavorare, mentre col suo carico saliva gli ultimi scalini vide una luce nuova, che veniva dall’alto ad illuminare la terra, scoprì la luna, se ne sentì commosso e all’improvviso non ebbe più paura della notte.
La novella potrebbe sembrare il concretizzarsi di quell’ansia di giustizia sociale, che cominciava a rischiarare le menti della povera gente e a far loro intravedere condizioni di vita più facili.
Della triste vita dei carusi si occupò anche Giovanni Verga, nella novella Rosso Malpelo, in cui il protagonista era un ragazzo siciliano che non aveva mai conosciuto la gioia di una vita serena né le bellezze della natura, ma solo il duro lavoro nel profondo di una miniera. Il Verga trattò con grande arte il dramma di questa figura umanissima, illustrandone il mondo interiore e mettendo in risalto il miscuglio di cattiveria e di bontà, da cui scaturiva la grandezza di Malpelo; egli si mostrava nello stesso tempo caparbio e coraggioso: la caparbietà stava nell’accettazione della vita e della morte, nel ripudio di ogni affetto, nell’odio verso gli uomini, che avevano portato alla morte del padre in miniera; il suo eroismo stava in quella devozione al mestiere, che era la condanna e nello stesso tempo la lotta alla sopravvivenza dei poveri zolfatari.
Comunque, a differenza di Pirandello che si poteva definire scrittore dello zolfo, in quanto lo zolfo fu alla base della sua vita e della sua esperienza culturale, Verga era scrittore della terra in quanto mirava a descrivere più il sentimento della Sicilia o meglio il sentimento del mondo espresso attraverso la Sicilia.
Anche Leonardo Sciascia fu definito scrittore di zolfo; nacque, infatti, a Racalmuto paese di zolfo e visse respirando l’aria sulfurea, guardando i campi intorno resi sterili, per sempre, dallo zolfo. Suo nonno era stato un caruso, entrato in miniera all’età di nove anni e rimasto fino alla fine dei suoi giorni.
In un libretto di poesie intitolato La Sicilia, il suo cuore, egli non parla dello zolfo, ma parla “dallo” zolfo e cioè dei luoghi di morte, di silenzio, di violenze oscure dove la speranza era lontana come il mare e dove la Sicilia ascoltava il suo cuore.
Un altro scrittore che sentì profondamente la vita e la condizione dello zolfataro fu Alessio Di Giovanni, che era di Valplatani, un posto di feudo e di zolfo. Infatti, nella sua visione si spiega l’unità dell’operaio con il contadino che lascia i campi perché la zolfara offriva il lavoro e il guadagno che la terra negava. Egli si propose di rappresentare la vicenda umana della zolfara in un poema ‘Nfernu veru , di cui restano gruppi di sonetti sparsi per riviste e qualcuno inedito. A lui appartiene anche il dramma Gabrieli lu carusu, che vuole essere attraverso la vicenda di Gabriele, la rappresentazione del modo di vivere e di sentire degli uomini della zolfara, dove il destino era sentito come cieca forza a cui rassegnarsi.
Ignazio Buttitta da una miniera occupata, negli anni ’50, si rivolgeva con voce accorata alle madri scongiurandole di non mandare i figli alla zolfara, di farsi pane per sfamarli, di desiderare loro la morte e piangerli in casa piuttosto che seppelliti sotto qualche masso. Tale sorte era toccata ad un carusu di 17 anni, Michele Felice di Lercara, alla cui famiglia il proprietario della miniera, quel signor Ferrara inteso Nerone di cui parla Carlo Levi in Le parole sono pietre, aveva consegnato una busta paga decurtata di una parte di salario per la giornata che il giovane non aveva potuto finire:
Matri,
chi mannati li figghi a la surfara,
iu vi dumannu
pirchì a li vostri figghi
ci faciti l’occhi
si nun ponnu vidiri lu jornu?
pirchì ci faciti li pedi
si camminanu a grancicuni?

Nun li mannati a la surfara;
si pani un nn’aviti,
scippativi na minna,
un pezzu di mascidda pi sazialli.

Disiddiraticci la morti cchiuttostu;
megghiu un mortu mmenzu la casa,
stinnicchiatu supra un linzolu arripizzatu,
ca lu putiti chianciri e staricci vicinu.

Megghiu un mortu cunzatu
supra un lettu puvireddu
di la vostra casa
cu la genti chi veni a vidillu
e si leva la coppula
mentri trasi.

Megghiu un mortu dintra
ca vrudicatu sutta la surfara
cu vuàtri supra dda terra a chianciri
a raspari cu l’ugna
a mangiarivi li petri
a sintiri lu lamentu
e nun putirici
livari di ncoddu
li petri chi lu scafazzanu.

Facitili di surfaru li figghi!

Per quanto riguarda i canti delle zolfare di Sicilia assai poco oggi è rimasto. Solo alla memoria degli anziani zolfatari si affidano ormai gli ultimi frammenti. Ma a coloro che conobbero la miniera risulta a volte doloroso ricomporre il mosaico del loro passato. “ Ch’avianu a cantari ddà intra? Ca si scinnia cu lu cori tantu! A la pirrera nun si cantava. Si bastimmiava! “.
Per gli zolfatari il desiderio della dimenticanza ha prevalso. Malgrado si tenda ad attestare il contrario, vi sono chiare testimonianze del fatto che anche presso le zolfare gli uomini cantavano.
Sebbene le modalità del lavoro in miniera non offrissero di norma occasioni al canto, gli zolfatari possedevano un proprio repertorio, per lo più destinato alle pause lavorative o eseguito in altre occasioni con funzione di intrattenimento.
Il canto era di tipo monodico, spesso rimandava ad arcaiche modalità. I testi, le melodie, erano prossimi a quelli dei contadini e dei carrettieri, al cui ambito socio-economico e culturale gli zolfatari appartenevano.
Alberto Favara raccolse nel suo Corpus di musiche popolari siciliane un significativo numero di canti delle zolfare.
Importante fu anche la raccolta di Giovanni Petix con il titolo Memorie e tradizioni di Montedoro in due volumi. Nel secondo volume è inserita una sezione dedicata ai canti. Essa comprende 39 Canti della zolfara. La raccolta possiede un valore documentario non trascurabile, in cui si avverte il peso di una conoscenza diretta della realtà locale, a cui egli si accosta con puntuale attenzione. Se ne riportano alcuni canti:
1
Poviri surfarara svinturati
comu lu jùarnu notti lu faciti
Sempri sutta lu priculu ci stati
e pallita la facci vi faciti!
Cu du liri mischini chi vuscati
subitu a la taverna vi ‘ni iti.
E quannu a ‘mbriacàrivi arrivati
di passari Baruna vi criditi.

2
Oh! chi l’haiu valenti sti carusi
pi curriri pi via di lu paisi!
A la pirrera su tutti lagnusi
ca nun su digni mai di fari spisi!
La duminica su tutti murritusi
sempri grana a li tagli vonnu misi;
quannu su ranni po’ – chisti vavusi
mità vannu ‘n galera e mità ‘mpisi!

3
Surdatu mi nni vaiu e birsaglieri
lu zainu lu sacciu abbardillari
surdatu mi nni vaiu vulintieri
e basta ca nun vaiu a carriari!

4
‘Ni sta pirrera ci sunnu tri dotti:
lu Principali ca cumanna a tutti
lu Capumastru si para li botti
e ( tali di tali ) è chiu mfami di tutti!

5
Mamma, nun mi mannati a la pirrera
ca notti e jùarnu mi pigliu tirrura!
A malappena scinnu a la pirrera
s’apri la terra e cadinu li mura!
L’arma mi scunchi e lu cori dispera
quannu è ca trasu nni dda cava scura!

6
Chistu viaggiu è di la Madonna
lu Capumastru sutta la culonna
Lu Capumastru cumanna li genti
e cci fa vidiri lu suli davanti
Lu Capumastru cu la regula ‘mmanu
nni vò passari lu surfaru menu

7
Lu Siccu si la fici ‘na filata
tutta di pìazzi e murata di crita
‘ntra un misi ni niscìu ‘na rigulata
n’ priculu d’appizzarici la vita
Si camina accussì tutta l’annata
pi lu Rusariu un cileccu di sita!
Prof.ssa Ermelinda Ciaurella
Geol. Alfio Calabrò

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