LA VITA NELLE MINIERE DI ZOLFO (1° PARTE)

 LA VITA NELLE MINIERE DI ZOLFO: ASPETTI LAVORATIVI
( PRIMA PARTE )
Il lavoro nelle miniere di zolfo comportava un numero di addetti elevato e diversificato, che in relazione al tipo di prestazione venivano divisi in interni: picconieri, carusi, spesaiuoli, pompieri, ed esterni: calcaronai, arditori, capimastri e per prestazioni d’opera saltuarie falegnami e fabbri ferrai.
Il peso della lavorazione sotterranea era sostenuto principalmente dai picconieri e dai carusi. I picconieri erano l’élite professionale degli zolfatari, la categoria che rappresentava il punto di arrivo della loro carriera, quella da cui provenivano i capomastri, i tecnici di formazione operaia che avevano un ruolo essenziale nella vita delle zolfare. Le mansioni del picconiere richiedevano di per sé uno sforzo muscolare notevole perché staccavano il minerale, nei giacimenti sotterranei, con il piccone, dal peso variabile tra i 5 e i 6 chilogrammi e all’occorrenza con l’ausilio di mine. Tutto ciò era reso più gravoso dalle condizioni dell’ambiente sotterraneo: il caldo eccessivo, la presenza di gas e di acqua, la polvere e la mancanza d’aria, la scarsità della luce, l’angustia e la conformazione irregolare dei cantieri. A ciò si aggiungeva il rischio sempre presente di crolli, incendi ed inondazioni, tutti pericoli che lo tenevano in una condizione psicologica di continua tensione.
L’altra categoria fondamentale dei lavoratori sotterranei era quella dei trasportatori, appartenenti a tutte le età, ma detti carusi perché fra di essi erano numerosi i ragazzi. Diventare picconieri era la loro massima aspirazione, ma per molti ciò si rivelava impossibile; infatti dei quasi quattordicimila trasportatori che, nel 1890, erano impiegati nelle zolfare, due terzi avevano un’età superiore ai quattordici anni e tra questi molti dovevano essere gli adulti destinati a rimanere carusi per tutta la vita.
I carusi avevano come unica mansione quella penosissima di trasportare a spalla, per mezzo di sacche e ceste, il minerale dall’interno all’esterno delle zolfare. Questa operazione era faticosissima ed avveniva in condizioni talmente disagevoli da rendere disumano il lavoro. Essi, del tutto ignudi, camminando in fila attraverso i cunicoli e salendo i gradini ripidissimi e malamente costruiti delle discenderie, con il respiro reso affannoso dallo sforzo e dalla cattiva circolazione dell'aria, trasportavano all’esterno carichi che variavano da venti ad ottanta chilogrammi e facevano un numero di viaggi che andava da un massimo di cinquanta ad un minimo di dieci per le escavazioni più profonde.
Nell’interno delle zolfare lavoravano altre categorie che avevano una consistenza numerica molto inferiore ed assolvevano il compito di assicurare le condizioni materiali indispensabili per il lavoro di picconieri e trasportatori.
Erano questi gli spesaiuoli, operai generici addetti alla ricerca di nuovi giacimenti, all’apertura di fori per la ventilazione delle gallerie, ai lavori di rinforzo in muratura o in legno e gli acquaroli o pompieri, impiegati nella eduzione manuale dell’acqua, che svolgevano l’operazione lavorativa più ingrata con i piedi sempre immersi nelle acque spesso sature di idrogeno solforato, le cui inalazioni costituivano una delle fonti di maggiore pericolo per chi lavorava all’interno. In questo lavoro venivano impiegati tutti coloro che avevano un impedimento fisico e non erano in grado di maneggiare il piccone.
La stratificazione professionale dei lavoratori dell’esterno delle zolfare era poco complessa. I calcaronai erano addetti al riempimento delle fornaci entro cui fondeva lo zolfo, un’operazione che richiedeva notevole perizia soprattutto nel posizionare il minerale grezzo e nel proporzionare lo strato di rosticcio che doveva ricoprirlo alla sommità. Gli arditori erano addetti alla conduzione del calcarone che, alla fine dell’ottocento, era il mezzo di fusione dello zolfo più diffuso.
Una figura sociale particolarmente importante era quella del capomastro.
Si trattava, generalmente, di un ex picconiere che l’amministrazione promuoveva a mansioni di sorveglianza e di organizzazione, valorizzandone la riconosciuta esperienza. La sua posizione mediana tra il coltivatore della miniera e gli zolfatari gli consentiva di approfittare dell’uno e degli altri. Spesso i capimastri appartenevano alla mafia ed erano mal visti dai picconieri e dai carusi.
Questa descrizione delle operazioni lavorative e della varietà professionale degli zolfatari ci fa vedere quello che era il tratto dominante del loro mestiere, il fatto, cioè, che la loro attività lavorativa si reggeva interamente su un uso primordiale dell’energia umana.
La legislazione mineraria era regolata in Sicilia dal diritto fondiario, che secondo il precetto romano applicato dai Borboni e in seguito fatto proprio dal governo italiano, estendeva la proprietà di un suolo usque ad inferos.
Da tale stato di diritto, derivava un primo inconveniente a causa del frazionamento in superficie della proprietà privata, che non rispecchiava ciò che la natura aveva creato nel sottosuolo come bene da valorizzare; in tali condizioni, il più delle volte, lo stesso giacimento apparteneva a diversi proprietari con interessi contrastanti e quindi, quando non si poteva pervenire ad una gestione unica venivano aperte diverse unità minerarie con vie d’accesso indipendenti.
Il grosso proprietario raramente coincideva con l’esercente, spesso non sapeva né il numero, né il nome delle zolfare che gli consentivano di condurre un’esistenza agiata e oziosa nelle città europee. Conservatore per eccellenza, tradizionalista, il proprietario preferiva contare su un guadagno continuo e sicuro e, se disponeva di capitali, preferiva acquistare altra proprietà invece che investirli in imprese minerarie che, tra quelle industriali, presentavano un maggiore rischio.
I proprietari concedevano in gabella sia le terre che le miniere, imponendo per queste ultime degli obblighi assurdi per salvaguardare i loro diritti, mentre, quale compenso riscuotevano una quota in natura dello zolfo prodotto, cioè il cosiddetto estaglio, del quale il valore medio si aggirava al 20%. Questa aliquota, chiaramente parassitaria, era enorme perché il proprietario non partecipava agli investimenti occorrenti per l’apertura della miniera e il più delle volte il gabelloto doveva anche pagare le imposte e lo stipendio al rappresentante del proprietario. Infine, tra gli inconvenienti, vi era il fatto che il contratto di gabella normalmente veniva effettuato con scadenza a breve termine ( tra i 9 e i 12 anni ) nella speranza che, se la miniera risultava ricca, allo scadere del contratto il proprietario poteva ottenere un estaglio più vantaggioso.
In tali condizioni, i lavori di preparazione si riducevano al minimo indispensabile, mentre erano nulli o quasi gli investimenti per gli impianti, non essendovi alcuna garanzia per il loro ammortamento.
A sua volta il gabelloto, poiché alla scadenza del contratto doveva riconsegnare tutti gli impianti fissi ( fabbricati, pozzi, gallerie, forni ) non era interessato ad investimenti produttivi, anzi molto spesso subconcedeva la miniera per ottenere, senza impiego di risorse finanziarie o tecniche, una forma di rendita, quindi, egli preferiva sfruttare intensamente il lavoro umano piuttosto che rischiare capitali in miglioramenti strutturali.

Geologo Alfio Calabrò,

Prof.ssa Ermelinda Ciaurella

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