LA VITA NELLE MINIERE DI ZOLFO (2° PARTE)

Il contratto di lavoro di gran lunga più diffuso era il cottimo, che rispondeva all’esigenza di scaricare sulla forza lavoro tutti i problemi di gestione tecnica dell’impresa mineraria. In questo contesto la figura più ambigua diveniva la manodopera più qualificata, il picconiere. Nella relazione di lavoro più semplice, quando aveva alle sue dipendenze qualche caruso, egli era, nello stesso tempo, piccolo imprenditore operaio e lavoratore dipendente, che doveva fornire all’esercente o al proprietario il minerale accatastato sui piani delle miniere. Ma poteva anche essere, come lo era stato agli inizi dell’industria zolfifera, titolare di una forma di cottimo che prevedeva la consegna dello zolfo fuso in pani ( il cosiddetto partito di carico ) o del minerale grezzo, con alle dipendenze picconieri e carusi cui praticava svariate forme di sub-cottimo. O poteva, per mancanza di capitali, sfortuna o incapacità, essere ridotto a salariato puro, retribuito a giornata, alle dipendenze di un suo collega.
La presenza di questi piccoli imprenditori operai, faceva sì che lo sfruttamento della forza lavoro non avvenisse in forma diretta nella relazione tra l’esercente e tutta la manodopera della miniera, ma fosse tanto più duro in quanto assumeva la veste di sfruttamento di lavoratori su altri lavoratori.
L’aspetto più odioso si presentava nella relazione che legava il caruso al picconiere. Infatti i carusi venivano assoldati dai picconieri con una somma che, alla fine dell’ottocento, variava dalle 100 alle 300 lire consegnata ai rispettivi genitori. Questa somma si chiamava “soccorso morto” poiché, indipendentemente da essa, il ragazzo doveva essere compensato per il suo quotidiano lavoro e si sarebbe potuto considerare svincolato da tale strano ingaggio solo quando i genitori fossero riusciti ad effettuarne il rimborso; ciò difficilmente si poteva realizzare, per le condizioni di estrema miseria di queste famiglie e provocava l’interminabile schiavitù del caruso verso il picconiere, oppure liti, spesso sanguinose, se il caruso avesse abbandonato il suo padrone senza preavviso e senza la liquidazione di quella specie di riscatto.
Ma la spietatezza dello sfruttamento della forza lavoro impiegata nelle zolfare non si coglie solo con gli aspetti formali del contratto di lavoro, ma soprattutto con le modalità della retribuzione operaia: la discrezionalità padronale nella valutazione del cottimo attraverso la cosiddetta cassa le cui dimensioni variavano da zona a zona e potevano essere facilmente cambiate con la manipolazione della “regola”, asta di legno che serviva da unità di misura; l’irregolarità dei periodi di paga; gli anticipi sulla retribuzione nelle botteghe delle zolfare, attraverso il truck-sistem ( il pagamento in natura ), soprattutto con farina di frumento, che veniva fornita in quantità inferiore al peso nominale e calcolata secondo valori superiori a quelli di mercato, metodi che il picconiere a sua volta applicava più duramente nei confronti del caruso; i prezzi elevati degli altri alimenti, delle riparazioni degli strumenti e dei prodotti che servivano all’esercizio del mestiere ( l’olio per la lucerna, la carta per le micce, la polvere da sparo, le lampade di terracotta ); le piccole e le grandi angherie come la colletta per le feste padronali, le regalie al capomastro, la provvigione che il datore di lavoro tratteneva nello scambiare il denaro al picconiere; insomma, tutti questi elementi non facevano coincidere mai il salario nominale con quello reale ed anzi quest’ultimo, subiva sempre sostanziali riduzioni.
Secondo uno studio approfondito, condotto dal Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio, alla fine dell’ottocento, il salario medio di un picconiere a cottimo si aggirava sulle 3.50 lire giornaliere, mentre quello di un picconiere a giornata era di 2.20 lire. La retribuzione dei carusi era molto più bassa degli altri lavoratori delle zolfare, infatti la media della paga giornaliera variava da 0.85 a 1.25 per i fanciulli e da 1.40 a 1.70 per gli adulti.
Se vogliamo riassumere le caratteristiche dell’identità degli zolfatari all’inizio degli anni novanta, possiamo dire che si trattava di un gruppo professionalmente contrassegnato da durissime condizioni di lavoro e da una presenza notevole di manodopera minorile, la quale per questo suo stato era la parte più indifesa e subordinata dell’intero gruppo.
Negli anni che precedettero la prima guerra mondiale, il numero degli zolfatari, a parità di produzione, era diminuito di un terzo portandosi a meno di 20.000 dagli originari 30.000. Questo andamento non ebbe un itinerario lineare, ma vide una sorta di “ cunetta ” negli anni a cavallo tra i due secoli, quando gli zolfatari sfiorarono le 40.000 unità.
Tra le nuove categorie addette ai lavori sotterranei, in quel periodo, si formò quella dei vagonari che avevano il compito di spingere i vagoncini nelle gallerie di carreggio; mentre il rapporto fra picconieri e carusi di uno a tre, passò ad un rapporto di uno a uno, il numero degli acquaioli si era drasticamente ridimensionato, diminuendo dall’originario migliaio di unità ad un quarto. Queste variazioni degli addetti furono dovute alla diffusione della meccanizzazione all’interno delle miniere che ebbe un riflesso sulle operazioni lavorative e sui rapporti di lavoro.
In realtà, il lavoro del picconiere non mutò di molto, se si esclude l’uso delle trivelle per i fori delle mine e l’impiego più diffuso dell’estirpazione con esplosivi, con conseguente aumento della pericolosità del mestiere. Cambiò molto, invece, il lavoro dei carusi che non occuparono più quella posizione fondamentale che avevano avuto nel processo produttivo: essi erano impiegati solo nel trasporto del minerale dai cantieri alle gallerie di carreggio. Rispetto all’estrazione a spalla questa era una mansione indubbiamente meno pesante, che tuttavia non si traduceva interamente in un alleggerimento della fatica, dato che, al fine di rendere più economico il costo delle operazioni, di solito si preferiva impiegare carusi più giovani, spesso al di sotto dell’età legale.
Ebbero mutamenti anche i rapporti di lavoro. Il cottimo continuò ad essere il contratto più diffuso, ma rispecchiava una realtà diversa. Esso si era modificato nella forma della “ partita “ o piccolo cottimo collettivo. La lavorazione di un cantiere non era più affidata ad un picconiere partitante, che aveva sotto di sé picconieri a giornata e carusi, ma era assegnata ad una squadra formata normalmente da due o sei picconieri che si dividevano i proventi del lavoro di estirpazione, calcolato secondo il numero di vagoncini di minerale consegnati. Se il cantiere era lontano dalla galleria di carreggio, la squadra assumeva a giornata qualche caruso. I vagonari, invece, dipendevano dall’esercente ed erano retribuiti secondo il numero di carrelli estratti.
All’esterno delle miniere la fusione del minerale avveniva per mezzo dei forni Gill che avevano un rendimento maggiore dei vecchi calcaroni, mentre la fisionomia dei lavoratori non cambiò, poiché fare l’arditore ai forni non era molto diverso dal farlo ai calcaroni. Dato che l’adozione dei forni consentiva di fondere lo zolfo durante tutto l’anno, i lavoratori all’esterno non costituivano più manodopera stagionale, ma essi risultavano inseriti più strettamente nel processo produttivo ed in quanto tali divenivano meno marginali nel gruppo professionale.
Prof.ssa Ermelinda Ciaurella
Geologo Alfio Calabrò

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